Brucia ancora l’“affaire” del Colosseo

della-valle-colosseo-sliderContinua a far discutere l’accordo firmato tra Governo, Soprintendenza e Della Valle per il restauro dell’Anfiteatro 


ROMA – Il brand value dell’Anfiteatro Flavio, da tutti conosciuto come Colosseo, è di 91 miliardi di euro ed è indubbio che sia il monumento italiano più conosciuto al mondo. Purtroppo, come tutti i monumenti italiani, anche il Colosseo ha bisogno di interventi di restauro e di manutenzione permanente che lo Stato da solo non riesce a garantire per effetto dei drastici tagli inferti al settore dei beni culturali. Né è sufficiente che la Soprintendenza speciale all’Archeologia di Roma e Lazio sia dotata di autonomia gestionale e finanziaria, con un proprio bilancio le cui entrate sono date dagli introiti dei biglietti.

Nel corso degli anni, al diminuire delle risorse pubbliche si è fatto ricorso sempre più frequente ad apporti privati per continuare nell’opera di tutela che la Costituzione affida allo Stato e quindi al Ministero dei Beni Culturali. Negli anni Novanta la Banca di Roma finanziò interventi per il Colosseo per una cifra di 20 miliardi di lire e, come ha ricordato l’ex-soprintendente Adriano La Regina, non chiese nulla in cambio poiché si trattò “di un atto di liberalità, di cui la Banca riteneva già sufficiente il prestigio che derivava da un’operazione di quel tipo”.

Nel 2009 il Governo, in maniera del tutto impropria, decise di procedere con un’ordinanza di Protezione Civile a varare interventi urgenti diretti a fronteggiare la grave situazione di pericolo in atto nell’area archeologica di Roma e provincia con la nomina a commissario di Guido Bertolaso, poi sostituito da Roberto Cecchi. Dopo poco più di un anno il sindaco Alemanno rese noto che esisteva una cordata di imprenditori guidata dal patron della Tod’s, Diego Della Valle, pronto ad intervenire con propri capitali a sostegno di interventi per il Colosseo.

A quel punto il Mibac, dovendo rispettare il Codice dei Beni Culturali, ad agosto dell’anno scorso emanò un “Avviso pubblico per la ricerca di sponsor per la realizzazione di lavori dell’ambito A – secondo “Piano degli Interventi” – Colosseo, Roma”, indicando quale termine ultimo per la presentazione delle offerte il 30 ottobre 2010.

Considerando il brand del Colosseo, tutti si aspettavano che, oltre al presidente della Tod’s, vi fossero frotte di imprenditori italiani ed internazionali (l’avviso fu pubblicato sul G.U.R.I., su quattro quotidiani nazionali e su tre quotidiani a diffusione internazionale)  interessati a partecipare ad un opera di mecenatismo alto sponsorizzando un intervento di 25 milioni di euro.

La sorpresa fu che al bando di gara non partecipò praticamente nessuno, a partire dallo stesso Della Valle. Pochi mesi dopo, il 21 gennaio di quest’anno, viene presentato in pompa magna l’accordo siglato tra il commissario Roberto Cecchi, la soprintendente Anna Maria Moretti e il presidente della Tod’s Diego Della Valle per finanziare gli interventi di restauro del Colosseo con 25 milioni di euro. Su tutta la stampa nazionale ed internazionale l’intervento di Della Valle è valutato positivamente e si alza un coro trasversale che riempie paginate di giornali e trasmissioni televisive sulla necessità di esportare e replicare tale modello, ad esempio agli scavi di Pompei.

Ma, come accade quasi sempre, il ricorso alle ordinanze di Protezione Civile non sono sempre gradite a tutti, tanto che il 26 novembre 2010 era già stato presentato dallo studio legale dell’avvocato Orazio Castellana un ricorso al Tar Lazio per contestare l’ordinanza in questione. Successivamente lo stesso studio legale in data 7 e 22 febbraio scorso ha chiesto al Mibac l’accesso agli atti per conoscere il testo dell’accordo stipulato tra il commissario Cecchi, la soprintendente Moretti e Diego Della Valle. L’accesso è stato negato, suscitando il dubbio di molti osservatori per le incomprensibili motivazioni.

Lo stesso accordo d’altronde diventa oggetto di una denuncia alla Procura della Corte dei Conti e alla Procura della Repubblica di Roma poiché vengono segnalati taluni aspetti di presunta illegittimità tali da far paventare quanto meno l’ipotesi di danno erariale, se non addirittura profili di responsabilità penale. Anche esponenti di forze politiche di maggioranza e di opposizione, come Federico Mollicone del Pdl e Stefano Pedica dell’IdV, sollevano una serie di interrogativi.

In particolare, il presidente della speciale commissione Roma Capitale, Mollicone, pone la domanda: “Perché ad aprile 2010 si è parlato di una cordata guidata dal signor Della Valle finita poi nel nulla? Quali sono le differenze sostanziali tra il bando di agosto 2010 e la convenzione successiva? Perché il signor Della Valle non ha partecipato al bando, andato deserto?”. Lo stesso consigliere dichiara che inviterà in audizione in una prossima seduta della Commissione Cultura il commissario Roberto Cecchi e un rappresentante della Tod’s, nonostante quest’ultima lo abbia diffidato “dall’esprimere ogni eventuale arbitraria, nonché non veritiera informazione sul contenuto dell’accordo relativo ai lavori di restauro del Colosseo”.

Appena esploso il caso Colosseo, tra l’altro, il commissario straordinario Roberto Cecchi e il sottosegretario Francesco Giro si erano affrettati a dichiarare che il testo dell’accordo con la Tod’s sarebbe stato pubblicato nell’arco di 48 ore sul sito dello stesso Commissario. A tutt’oggi sul sito non c’è alcuna traccia. Nel frattempo però il testo è stato reso pubblico dalla denuncia e le perplessità sono aumentate anziché diminuire. È emersa per esempio l’impossibilità da parte del Mibac di disporre del Colosseo dopo l’episodio che nelle scorse settimane ha visto la Volkswagen avanzare la proposta di pagare sino a 500mila euro per l’autorizzazione a svolgere un evento. In particolare il Mibac non ha potuto accettare la proposta della Volkswagen, come confermato anche dal direttore generale alla Valorizzazione Mario Resca, perché in base all’accordo stipulato il 21 gennaio di fatto i diritti circa l’utilizzo del Colosseo sono stati ceduti.

L’esempio della Volkswagen dimostra come l’accordo realizzato costituisca legittimamente per la Tod’s un affare a fronte dell’impegno a versare 25 milioni di euro per la sponsorizzazione. Il problema sta nella errata e macroscopica sottovalutazione economica da parte del commissario straordinario e della Soprintendenza Archeologia di Roma di un accordo che qualsiasi economista valuta superiore ai 200 milioni di euro, considerando il valore del “marchio Colosseo”, l’esclusività concessa e la durata superiore ai 15 anni, con un piano di comunicazione e di commercializzazione utilizzabile in tutto il mondo.

L’accordo siglato potrebbe costituire nei fatti una sorta di “dismissione” del Colosseo e su questo non c’è mai stato un qualsiasi parere del Comitato Tecnico scientifico dei Beni Archeologici di cui all’art. 14 del Dpr 233/2007 per l’approvazione del piano degli interventi e sui singoli progetti presentati dal Commissario. Tra l’altro il parere del Comitato di fatto è richiamato dallo stesso Codice dei Beni Culturali, che in tema di sponsorizzazioni stabilisce che è il Ministero ad effettuare “la verifica della compatibilità di dette iniziative con le esigenze di tutela in conformità alle disposizioni del Codice”. C’è inoltre il richiamo alle precauzioni che il Ministero deve assumere rispetto agli interventi di sponsorizzazione e promozione che devono essere “compatibili con il carattere artistico e storico” del sito (vedi per esempio la realizzazione della struttura temporanea o permanente di accoglienza).

Inoltre è singolare che il Commissario delegato (soggetto promotore) prima ancora della firma dell’accordo abbia impegnato il Mibac, o meglio la Soprintendenza per i Beni Archeologici, per un periodo oltremodo lungo che supera il proprio mandato in scadenza a luglio di quest’anno. In più, in virtù di quali poteri il soggetto promotore (Cecchi) ha affidato allo sponsor la diffusione all’estero dell’immagine del Colosseo e delle iniziative ad esso legate, tenuto conto che doveva operare in condizioni di amministrazione “ordinaria” e quindi l’accordo doveva essere sottoposto alla registrazione e validazione della Corte dei Conti?

In questi giorni la vicenda sta assumendo ulteriori sviluppi poiché si ha notizia che il presidente del Collegio dei Revisori dei Conti della Soprintendenza all’Archeologia di Roma e Lazio abbia chiesto al soprintendente Moretti di conoscere il piano degli interventi e i progetti sottoscritti per il Colosseo.

 


IL COMMENTO: Quando si chiude la stalla 


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