La faccia feroce dell’Eni sui temi del lavoro

EniDopo il rinnovo dei vertici, riprende il confronto sull’organizzazione del lavoro. Orari e assenteismo al centro del negoziato con i sindacati

 

ROMA – Il modello Marchionne fa proseliti. Alla vigilia del rinnovo dei vertici, l’Eni ha presentato il suo piano strategico per lo sviluppo e la competitività, collocandolo in un contesto da brividi: crisi finanziaria persistente, rallentamento dei ritmi di crescita, ripresa economica asfittica e incertezze geopolitiche diffuse, calo dei margini di raffinazione, aumenti del costo delle materie prime. Il pessimismo che caratterizza il documento è sembrato in contraddizione con la relazione finanziaria annuale che lo stesso gruppo aveva presentato pochi giorni prima agli analisti, in cui non solo si esaltavano i risultati dell’esercizio appena concluso, ma si tracciavano scenari di riferimento complessi sì, ma non catastrofici.

Qualcuno, malizioso, ha sospettato che Scaroni, in quel momento sotto rinnovo di mandato (giunto poi puntualmente, anche se la nomina ufficiale si avrà solo con l’assemblea del prossimo 5 maggio) abbia voluto mandare un messaggio al governo di non correre avventure (manageriali) in una fase congiunturale così incerta e complicata. Il messaggio è stato evidentemente recepito se è vero che il governo dell’energia del nostro Paese è rimasto saldamente nelle stesse mani di Eni ed Enel, essendo irrilevanti i cambiamenti intervenuti in posizioni di vertice senza alcuna delega operativa.

Ma c’è anche chi, ancor più birichino, ha visto nella drammatizzazione dello scenario globale lo strumento dell’Eni per “facere ‘a faccia feroce”, della serie ‘il meglio di Marchionne’, allo scopo di rovesciare come un calzino l’attuale sistema di relazioni industriali all’interno del gruppo. Gli obiettivi infatti dichiarati dal chief corporate operations officer, il duro Salvatore Sardo, sono quelli di semplificare il confronto con il sindacato in tema di orario di lavoro, di usare tutti gli strumenti di flessibilità per i lavoratori giornalieri, di aumentare del 5% l’orario di lavoro del personale turnista a fronte di un adeguamento della retribuzione e soprattutto di “ricondurre il tasso di assenteismo per malattia ad un livello fisiologico del 3,5%”, con la riduzione proporzionale del premio di produzione individuale per chi sgarra.

Sull’altro piatto della bilancia, l’Eni offre al sindacato alcuni strumenti nuovi di interlocuzione (che è severamente proibito definire di consociativismo o, peggio, di cogestione). Anche perché – questo è il giudizio a caldo degli interlocutori – non si capisce a chi e a che cosa possa servire un comitato misto azienda-sindacati che si riunisce due volte l’anno per esaminare le politiche, gli obiettivi e i risultati dell’anno precedente, o un analogo comitato che ogni tre mesi analizza i principali scenari nazionali e internazionali e le eventuali ripercussioni economiche.

Il confronto sul “protocollo per lo sviluppo e la competitività” è appena iniziato ma, a quanto Romacapitale.net ha potuto rilevare, si ha già l’impressione che, una volta assicurato il mantenimento della governance, la faccia dell’Eni al tavolo della trattativa sia molto meno feroce di prima.

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