Il Commissario scivola sulla sanità del Lazio

ospedali-sliderLa sfida principale della Polverini è rimettere in sesto i servizi sanitari. Ma sono tutti scontenti

 

ROMA – È stata la sfida principale del primo anno di amministrazione della governatrice Polverini: mettere in equilibrio la sanità del Lazio. Il piano, che nelle sue linee essenziali è quello stilato dall’allora commissario Marrazzo e dai due tecnici Guzzanti e Morlacco (quest’ultimo sostituito di recente da Giuseppe Spata, ex-direttore generale dell’Azienda ospedaliera San Gerardo di Monza e “pensionato” dalla Regione Lombardia), ha chiuso 24 strutture ospedaliere, nella maggior parte riconvertite in punti di primo soccorso, ambulatori o residenze per anziani. A giugno inoltre, stando alle promesse dell’Amministrazione, dovrebbero diminuire le aliquote Irpef e Irap, andate alle stelle per coprire il debito record di 10 miliardi di euro.

La presidente Renata Polverini, come si vede, va avanti e ostenta grande sicurezza: “La regione Lazio sta cercando di dare una svolta all’immagine negativa che ha contraddistinto la sua sanità, spesso indicata come quella responsabile del 60 per cento del debito sanitario nazionale. Il mio impegno è a trasformarla in una regione virtuosa e d’eccellenza. Abbiamo già ottenuto risultati straordinari, al di là delle aspettative, che ci hanno consentito di ridurre il debito di 400 milioni in sette mesi”.

Al contrario, la linea della presidente ha finito con lo scontentare tutti: i medici ospedalieri a cui ha chiuso i reparti e che saranno trasferiti; gli imprenditori (Angelucci in testa), che aspettano da tempo i pagamenti della Regione e che minacciano di licenziare migliaia di lavoratori; i pazienti, che spendono di più per avere gli stessi (pessimi) servizi e combattono contro le liste d’attesa. Gli ultimi sul piede di guerra sono i medici di famiglia che scendono in piazza oggi e che annunciano altre proteste “sia contro la mancata applicazione del protocollo d’intesa per la medicina generale, sia contro il precariato e i tagli degli stipendi dei medici dirigenti, che sono in stato di agitazione dallo scorso 22 aprile”.

Le visite? Le faranno, gratis, in un camper adeguatamente attrezzato in piazza Ulderico da Pordenone, a due passi dal palazzone della Giunta regionale. Sempre oggi non saranno inviati i certificati di malattia online, “poiché la Regione Lazio – spiegano dal sindacato dei medici italiani – non ha ancora fornito gli studi dei camici bianchi delle 3.600 linee Adsl necessarie per garantire il funzionamento del servizio, né i programmi gestionali necessari”. Più moderati i medici della Fimmg del Lazio che hanno sospeso lo sciopero, ma non lo stato di agitazione “per dare voce e sostanza al diffuso malcontento e sofferenza della categoria e per tenere alta la vigilanza e la capacità di mobilitazione”.

D’altronde gli ultimi avvenimenti di cronaca sanitaria hanno riacceso il fuoco delle polemiche contro il piano “made in Polverini”. I ritardi nel soccorso del povero Lamberto Sposini e il suo primo ricovero al San Filippo Neri dove era stata smantellata l’unità neurochirurgica hanno sollevato un vespaio di polemiche di cui si è fatta interprete, tra gli altri, la Federconsumatori: “Il dibattito sulla situazione della sanità avrebbe dovuto svolgersi non ora, ma al momento in cui sono state adottate le scelte di contenimento della spesa sanitaria che hanno provocato i seri inconvenienti denunciati unanimemente da tutta la stampa. Ecco perché è un dovere verso tutti i cittadini del Lazio rivedere il piano di rientro dal deficit della giunta Polverini”.

E il malessere continua a montare anche quando il Tar del Lazio accoglie il ricorso del Comune di Bracciano contro la chiusura del pronto soccorso dell’Ospedale Padre Pio. “Chiudendo il Dea di Bracciano – secondo il segretario regionale della Fials Confsal Gianni Romano – sarebbero risultate evidenti difficoltà per un eventuale trasporto di malati negli altri nosocomi. Con questa sentenza il Tar ha decretato un clamoroso flop per quel piano di rientro che prevede da un lato una riconversione incoerente per alcune strutture sanitarie e dall’altro insufficiente a dare risposte di salute ai cittadini residenti”.

Insomma, di carne al fuoco ce n’è tanta, ma il rischio che si bruci è elevatissimo. La governatrice, come si è visto, in apparenza è convinta che riuscirà nell’impresa, al momento impossibile, di mettere tutti d’accordo. Ma se non interviene qualche santo (o beato) a fare il miracolo, l’esito del confronto sembra scontato.

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