Per la migliore soddisfazione possibile di interessi contrapposti

diotallevi-lungadi Alessandro Diotallevi *

In chi non ha seguito l’evoluzione legislativa, prima comunitaria e poi nazionale, della disciplina della mediazione e della conciliazione crescerà un grande stupore nel cogliere echi di comunicazione polarizzati tra la “consacrazione” e la “dissacrazione” di questo innovativo strumento per la composizione dei conflitti civili e commerciali. Davvero non si tratta di un novum nel nostro ordinamento e neppure nella storia dei modi accettati negli ordinamenti giuridici per la dare ai cittadini strumenti per risolvere le loro liti nell’interesse proprio e del consorzio civile.

Dato per scontato che nessuno ignora la conciliazione in materia di lavoro, societaria, di alcune branche produttive (credito, telecomunicazioni, forniture), qui solo esemplarmente si evoca la permanente dialettica tra giudici ed avvocati, tra ruolo giudiziario e ruolo difensivo, con il prevalere dell’uno o dell’altro, ovvero con una accettata equiordinazione delle funzioni, che talvolta lascia il passo ad una ambita o realizzata supremazia per forme diffuse di arbitrato o conciliazione, come ricorda il professor Massimo La Torre, a causa di ostilità diffuse per i giudici e per gli avvocati.

Non certo all’improvviso e neppure a motivo esclusivo del giudizio non entusiastico sul funzionamento della giustizia civile, la mediazione e la conciliazione, ordinate al conseguimento di un accordo delle parti direttamente tra loro, non senza l’ausilio di propri patrocinatori di fiducia, sotto la guida di un mediatore terzo, imparziale, riservato, autorevole, vengono riconosciute  non solo  alternative al giudizio, ma concettualmente ad esso anteriori.

La legge italiana, nell’espandere, mediante gli accordi di conciliazione, la forza dell’autonomia contrattuale, non privatizza la giustizia, come si intende far credere da chi ne forza l’interpretazione per contrastare la mediazione, ma incarna in questo istituto sussidiarietà e responsabilità diretta. Si vuole sopprimere la mediazione, mandandola al rogo. Ma prima, bisogna consentire ai protagonisti del mondo civile e commerciale, cittadini, portatori di interessi e di diritti, imprese, di verificare se sia di loro convenienza non spogliarsi dei propri punti di vista, delegandoli per la verifica ai giudici e agli avvocati, ma di farli valere direttamente in una sede di negoziazione organizzata e sicura. In un tempo limitato, quattro mesi al massimo, che non sottrae loro, anche per le previsioni legali circa gli effetti della conciliazione sulla prescrizione e sulla decadenza, la facoltà, , di rivolgersi alla giustizia ordinaria in caso di risultato insoddisfacente. Ove si consideri la durata di un processo civile nei suoi diversi gradi, quei quattro mesi sono ben poca cosa e appaiono oltremodo ragionevoli anche al vaglio di un severo scrutinio di costituzionalità.

Si sventola il drappo rosso della minacciosa irruzione di mediatori incapaci che costituirebbero ostacolo, quando non danno, alla soddisfazione dei diritti in chi ne sia titolare. Dal 2003, anno dell’entrata in vigore del decreto legislativo che ha introdotto la figura del conciliatore societario, non c’è stata nessuna protesta sulle previsioni legislative e regolamentari circa i percorsi formativi che avrebbero abilitato alla gestione di questo essenziale ruolo.

Nel 2010, rispetto a prescrizioni sostanzialmente coincidenti, sono state sollevate molte obiezioni, talvolta in forme che rasentano o superano i confini della legittimità.

A dirla tutta, si vorrebbe che di mediazione e conciliazione non si parlasse come dell’oggetto di un conflitto tra professioni, né come di un vessillo di parte, bensì come dello strumento per realizzare il “contesto etico” nel cui ambito interessi contrapposti, che tali restano e come tali vanno rappresentati e difesi, trovino la migliore soddisfazione possibile. In una prospettiva che, mutuando una felice espressione di Gustavo Zagrebelsky, sciolga la complessità odierna dei rapporti nella forma di una “connotazione casistica”, cui l’ordinamento giuridico conferisce riconoscimento ed efficienza operativa. Nel caso della mediazione facendo dell’accordo di conciliazione un titolo esecutivo.

Non sembri un appello, per di più così settoriale, ma dare spazio allo schema logico della conciliazione, premiando l’imparzialità e la terzietà dei mediatori nei limiti della loro ordinata funzionalizzazione alla libera volontà contrattuale delle parti, ci pare un punto di arrivo di certe spinte risalenti verso una società liberale, sociale, non conflittuale.

Un’ultima considerazione. Davvero, vuol prestarsi fede ad un pregiudizio secondo il quale gli avvocati sono naturalmente formati alla negoziazione e smettono di esserlo nella mediazione, per il fatto di aggiungere al loro figurino professionale un numero limitato di ore di formazione? Tra i molti paradossi del diritto non vorremmo annoverare anche questo. All’avvocatura si offre l’occasione storica di assumere un ruolo portante nella organizzazione amministrata dei diritti, senza che siano privatizzati. Basta coglierla.

 

* Avvocato, Bridge Mediation Italia

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