Galan entra a gamba tesa sul Festival

Festival_cinemaRiemergono da un’epoca buia i fantasmi di “Roma ladrona”. Reazioni unanimi e indignate dalle istituzioni romane

 

ROMA – Tutto si può dire meno che l’ultima esternazione del neo ministro dei Beni Culturali sul Festival del cinema di Roma sia caduta come un sasso nello stagno. Infatti ci aveva pensato lui stesso ad agitare le acque già all’atto dell’insediamento e con le dichiarazioni di ieri lo stagno è davvero in tempesta. Il Galan-pensiero è riassumibile in queste battute di stampo vetero leghista: “In Italia c’è un solo Festival del cinema, quello di Venezia. Se Roma vuol continuare a giocare si faccia una rassegna cinematografica a tema e smetta di chiedere soldi allo Stato, che già sostiene il Comune e le infinite manifestazioni della Capitale”.

Roba da far rimpiangere persino il tanto vituperato ex ministro Bondi. Ci voleva d’altronde Galan per rimettere indietro di vent’anni le lancette della storia e tornare di colpo a “Roma ladrona” e al suo corollario di idiozie e volgarità. Naturalmente il collegio dei difensori d’ufficio del Festival capitolino non poteva non esprimere tutta la propria indignazione, a cominciare dal primo cittadino che ha replicato al ministro: “Roma è da sempre la capitale del cinema italiano e non è vero che il nostro Festival sia finanziato principalmente con risorse pubbliche. Infatti il 69% del budget previsionale 2011 proviene da sponsor privati e solo il 31% dal pubblico. I soci fondatori (Roma Capitale, Regione Lazio, Provincia di Roma e Camera di Commercio) sostengono il Festival con 4 milioni di euro e l’indotto generato è di 220 milioni di euro”.

I toni dei presidenti della Regione e della Provincia non si discostano da quelli di Alemanno. “Roma e il Lazio – afferma Renata Polverini – hanno correlato il Festival al mercato cinematografico con l’obiettivo di dare nuovo impulso allo sviluppo del comparto produttivo e distributivo, secondo una sinergia che ormai caratterizza tutti i grandi festival internazionali, da Cannes, a Berlino, a Toronto. Tutto questo dà al Festival del Cinema di Roma una fortissima connotazione che per definizione Venezia non ha e che ne giustifica più che ampiamente il ruolo all’interno dello scenario cinematografico internazionale”. Le fa eco Zingaretti: “”Roma paga un prezzo enorme per questo continuo stillicidio di accuse e denigrazioni che proviene dal governo nazionale. Ci si dimentica che la Festa del Cinema produce cultura, ricchezza e occupazione per la città e voglio ricordare al ministro Galan che, a differenza di ciò che dice, anche Parigi ha il suo Festival del Cinema, in tutto e per tutto simile a quello di Roma”.

Ma se qualcuno pensava ad un colpo di sole estemporaneo di Galan a Cannes se lo tolga subito dalla testa. E’ il sottosegretario ai Beni culturali, Francesco Giro (peraltro nato ed eletto a Roma), a dare l’interpretazione autentica del pensiero del suo ministro: “Roma non deve copiare Venezia, non deve creare un festival puntando sul glamour, ma deve trovare una propria identità come fa il Festival del Cinema di Torino. E inoltre il Festival di Roma costa troppo, circa il doppio di Venezia”. E poi l’affondo finale: “Galan ha ribadito una posizione, peraltro nota, del governo che ha come priorità la Mostra del Cinema di Venezia e ha espresso il timore che il Festival di Roma sia un duplicato e faccia una concorrenza impropria”. Il governo, si badi bene, non il solo ministro Galan.

E meno male che c’è qualcuno nella maggioranza che si dissocia da simili intemperanze. “Non si capisce – si domanda il capogruppo Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto – perché il ministro dei Beni Culturali debba temere, o ostacolare, o criticare il Festival di Roma che rappresenta con ogni evidenza, dopo quello di Venezia, un contributo fattivo alla cultura e alla cinematografia del nostro Paese. E per di più non è in conto ai Beni Culturali”. In fondo il giudizio più intelligente e lapidario sulla sortita di Galan l’ha dato stamattina Francesco Merlo: “Non è necessario che diventi ministro della Cultura un fine intellettuale, sarebbe sufficiente un politico un po’ più ‘coltivato’”.

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