Discutibili decisioni emerse dall’assemblea di Terna

Flavio_CattaneoI fondi di investimento esteri, con il 30 per cento delle azioni della società, estromettono dal CdA il rappresentante dell’Enel

 

 

 

ROMA – Ma di che parliamo? Di sbarramenti all’invasione di imprese straniere, di legislazione salva imprese italiane, di settori strategici da proteggere, di golden share, di normativa alla francese o all’anglosassone? Mentre al ministero del Tesoro si disquisisce vanamente di politica industriale, succede che l’assemblea di Terna – l’azienda con una massiccia presenza pubblica nell’azionariato che detiene il monopolio della rete elettrica nazionale ad alta e media tensione (che più strategica di così quindi non potrebbe essere) – assume decisioni fondamentali sotto la pressione di fondi di investimento stranieri e anglo-americani in particolare.

Prima che qualcuno torni a ripetere la favoletta che le azioni si contano e non si pesano e che le leggi del mercato sono sovrane, sarà opportuno ricordare che lo stesso ministero del Tesoro tramite la Cassa depositi e prestiti detiene il 30% dell’azienda e l’Enel un altro 5%. Una maggioranza blindata, si penserebbe, dal momento che un 26% del capitale è sparso in Borsa tra una miriade di piccoli azionisti. E invece non è così. Nell’assemblea dell’altro giorno, che tra l’altro ha archiviato un bilancio 2010 “da favola” e ha confermato il vertice della società, i fondi esteri, che in poco più di cinque anni hanno quasi raddoppiato la loro partecipazione fino al 30% del capitale sociale, evidentemente con il consenso del management, sono stati determinanti (almeno così dice un comunicato di Terna) nel mettere alla porta il consigliere di amministrazione designato dall’Enel.

La motivazione non confessata starebbe nella nuova facoltà concessa a Terna, con un decreto ministeriale passato inosservato in pieno clima natalizio, con cui si è autorizzato il concessionario, in aggiunta al suo core business del trasporto di elettricità, a progettare, realizzare e gestire, solo temporaneamente, infrastrutture e impianti di produzione di energia elettrica anche destinati alla vendita. In quest’ottica, l’Enel sarebbe un potenziale competitor. Il suo amministratore delegato, Flavio Cattaneo, per spegnere sul nascere le polemiche si è affrettato a dichiarare che “non entreremo nella generazione di energia, cioè non faremo i produttori. Tutt’al più possiamo realizzare e vendere energia (!)”, così come d’altronde Terna sta già facendo da tempo in campo fotovoltaico.

Ora, è del tutto secondario discutere della smania di grandeur del suo amministratore delegato a cui evidentemente Terna va un po’ stretta (nell’ultima tornata di nomine per lui si era parlato di una posizione di vertice in una delle grandi holding pubbliche, ma poi non se n’era fatto più niente) e di conseguenza è anche disposto a dissimulare i propri disegni dietro un azionista straniero, vago emulo in questo di Alessandro Profumo.

Qui chi deve fornire convincenti spiegazioni di quanto accaduto è il ministero del Tesoro che dovrà dire: 1) chi ha modificato il disciplinare di concessione a Terna modificandone lo statuto e l’oggetto sociale e perché; 2) che ruolo hanno svolto in assemblea i rappresentanti della Cdp, se hanno votato contro l’esclusione dell’Enel o vanno considerati collusi; 3) qual’è la ratio di un provvedimento che va contro tutte le regole sulla separazione delle funzioni tra fornitore di servizi e proprietario dell’infrastruttura, come più volte proclamato dall’Ue e dallo stesso ministero per le ferrovie, per le telecomunicazioni, per la rete di distribuzione del gas; 4) che ruolo hanno giocato eventualmente le lobby politiche ormai avvezze a moltiplicare i centri e le opportunità di potere per fini che nulla hanno a che vedere con disegni di politica industriale o di razionalizzazione produttiva; 5) chi comanda, in ultima istanza, in uno dei settori strategici fondamentali per la sicurezza energetica del nostro Paese.
Non solo i mercati finanziari, anche i cittadini attendono risposte.

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