Il caso di Porto Tolle e l’inadeguatezza del sistema italiano

porto-tolleL’incertezza del diritto e le dinamiche decisionali cozzano con lo sviluppo delle imprese economiche

 

ROMA – C’è chi dice che investire in Italia sia diventata un’impresa pressoché impossibile, o quanto meno estremamente difficile. A determinare questo impasse sarebbero soprattutto la complessità della normativa e delle procedure amministrative, nonché i tempi biblici di qualunque decisione operativa.

Una conferma viene dalla recente sentenza del Consiglio di Stato che, ribaltando il parere positivo a suo tempo espresso dal Tar Lazio, ha bocciato la trasformazione a carbone delle Centrale elettrica di Porto Tolle (Rovigo) di proprietà dell’Enel. E in effetti la sequenza cronologica degli ostacoli è impressionante, a prescindere naturalmente da qualsiasi valutazione di merito.

Il progetto industriale parte diversi anni fa. Con 2,5 miliardi di investimenti e 3.000 posti di lavoro, la nuova Centrale avrebbe contribuito alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici del Paese e alla riduzione del costo dell’elettricità. Avrebbe inoltre, dice l’Enel, “migliorato di molto l’ambiente con l’utilizzo delle più avanzate tecnologie di abbattimento di fumi e inquinanti”, compreso il primo impianto in Europa di cattura e sequestro dell’anidride carbonica su scala industriale, per un altro miliardo di investimenti e diverse centinaia di nuovi posti di lavoro. Di parere opposto si dichiarano fin dall’inizio le organizzazioni ambientaliste che vedono come fumo negli occhi (è proprio il caso di dirlo) il moloch di Porto Tolle.

Uno pensa, c’è il ministero dell’Ambiente e un’apposita commissione di esperti che dovranno dirimere il contrasto tra la società elettrica e gli oppositori. E infatti la commissione si mette al lavoro e il 29 luglio 2009, dopo mesi e mesi di analisi e sperimentazioni, al termine dell’istruttoria concede il nulla osta di valutazione d’impatto ambientale. Tutto a posto? Nemmeno per sogno. Il fronte del “nimby” guidato da Wwf, Greenpeace e Italia Nostra, ignorando le valutazioni degli esperti, a novembre dello stesso anno fa ricorso al Tar che, dopo altri otto mesi, respinge il ricorso dando via libera alla realizzazione della centrale. Ma gli ecologisti non demordono e fanno appello al Consiglio di Stato.

Nel frattempo l’Enel ha avviato i lavori e indetto più di 50 gare per un importo complessivo di 1,8 miliardi pari a circa il 70 per cento dell’intero investimento. Il nuovo stop imposto dal massimo organo di giurisdizione amministrativa manda su tutte le furie l’ente elettrico che, non rinunciando a valutare “le iniziative necessarie a ripristinare un percorso di agibilità del progetto a Porto Tolle”, afferma che “se necessario, a malincuore, si vedrà costretta a portare gli investimenti in altri paesi interconnessi con l’Italia”. Specularmente, le associazioni festeggiano “perché il futuro energetico del Paese parli d’ora in avanti di efficienza e di fonti rinnovabili”.

Come già detto, Romacapitale.net non intende minimamente entrare nel merito dell’impatto ambientale di un determinato impianto industriale, né nella realizzabilità di propositi che hanno ancora un residuo eccessivo di utopismo. Ci sembra però che le dinamiche decisionali in atto nel nostro Paese e l’incertezza del diritto che ormai regna sovrana siano divenute incompatibili con lo sviluppo dei sistemi economici contemporanei.

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