Getta la spugna il direttore del Macro

BarberoDopo neanche due anni Luca Massimo Barbero rassegna le sue dimissioni per la cronica mancanza di risorse

 

ROMA – Dunque Barbero se ne va a meno di due anni dall’insediamento come direttore del museo comunale di arte contemporanea di via Nizza e a dodici mesi dall’inaugurazione dei nuovi spazi firmati dall’architetta francese Odile Decq. Dopo una giornata di voci non confermate, di supposizioni e delle prime immancabili strumentalizzazioni, la lettera di dimissioni è arrivata sul tavolo di Alemanno (qualcuno dice che c’era già da una settimana). Da persona seria e rispettosa delle prassi istituzionali, qual è, il professore torinese non chiarisce i motivi del suo ritiro, limitandosi a “ritenere concluso un percorso personale”.

Non è d’altronde un mistero per nessuno il disagio del direttore per la cronica mancanza di risorse e la conseguente impossibilità di programmare l’attività museale nei tempi e nei modi dovuti, né erano sconosciute le sue difficoltà di rapporti e di vedute con il soprintendente Umberto Broccoli. Il sindaco si è affrettato a dire che nelle dimissioni di Barbero “non ci sono accenti polemici e a breve l’assessore alla cultura e il sovrintendente presenteranno l’ipotesi di un nome alternativo e di un assetto che permetta di valorizzare l’autonomia del museo”. Per la verità fino a ieri sera Dino Gasperini, chiamato in causa, non sapeva niente di quanto era successo e anzi cercava il direttore “per incontrarlo e per parlargli”.

Si aggrava dunque la crisi delle istituzioni culturali della Capitale, già emerse nei goffi tentativi di privatizzazione della Fondazione Palaexpo. Mentre arriva il consenso unanime della Giunta e di tutte le forze politiche per l’impegno e la passione messi da Barbero nella direzione del Macro, l’opposizione in Campidoglio non perde l’occasione per affondare il coltello nella piaga: “Quella di Barbero è solo l’ultima fuga da un sindaco sempre più solo e in crisi di consensi nella città. Lo scontento cresce e si fa largo anche in chi solo tre anni fa aveva dato fiducia ad un candidato che si è dimostrato non all’altezza del compito e soprattutto dedito ad occupare posti di potere. Una bramosia della poltrona che ha condotto Alemanno nel vicolo cieco della ‘parentopoli romana’”.

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