Precari, sottopagati, meno istruiti. È la fotografia dei giovani italiani

giovani-universita-sliderIl Rapporto Istat 2010 mette in luce un sistema molto vulnerabile. In 2 anni 500mila giovani hanno perso il lavoro

 

ROMA – In Italia l’impatto della crisi sull’occupazione è stato pesante, con il numero di occupati diminuito di 532mila unità tra il 2009 e il 2010: di questi, oltre 501mila sono giovani tra i 15 e i 29 anni. È senza dubbio il dato più preoccupante che emerge dal Rapporto annuale 2010 diffuso oggi dall’Istat, che punta il dito su una ripresa stentata che, accompagnata da una situazione di persistente deterioramento del mercato del lavoro, penalizza soprattutto donne e giovani. “Il sistema Italia appare vulnerabile, e più vulnerabile di qualche anno fa”, ha spiegato il presidente dell’Istat Enrico Giovannini. Con picchi di vulnerabilità, aggiungiamo noi, che si concentrano soprattutto tra i giovani, sempre più stretti dalla morsa della disoccupazione e della precarietà.

In particolare, sono poco più di 2,1 milioni – 134mila in più rispetto al 2009 – i giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano e non frequentano alcun corso di istruzione o formazione: si tratta del 22,1 per cento degli under-30, percentuale in aumento rispetto al 20,5 per cento del 2009. Tra questi, almeno 1,5 milioni fanno parte della fascia dei cosiddetti “scoraggiati”, che hanno deciso di smettere di cercare un impiego perché convinti di non poterlo trovare; 500mila, invece, sono ancora in attesa degli esiti di passate ricerche, con una popolazione inattiva che arriva a sfiorare quota 10 per cento (il 16 per cento nel Mezzogiorno). Si tratta di una percentuale che non ci fa onore all’interno dell’Unione Europea, con una quota più che doppia rispetto alla Spagna e circa sei volte quella della Francia.

Sempre più evidente anche la condizione di precarietà: la quota di lavoratori con contratti a tempo determinato o collaborazioni ha raggiunto il 30,8 per cento del totale dei giovani occupati, mantenendosi oltre il milione di unità. Brutte notizie anche per quanto riguarda il sistema scolastico e universitario: gli abbandoni prematuri della scuola continuano ad essere una spina nel fianco: la percentuale di chi ha lasciato gli studi senza conseguire un diploma si è attestata al 18,8 per cento, ben lontano dalla soglia del 10 per cento indicata nella Strategia Europa 2020. Particolarmente grave la situazione della Sicilia, dove più di un quarto dei giovani lascia la scuola con al più la licenza media. Dopo il picco raggiunto nel biennio 2002-2003, calano anche le immatricolazioni universitarie.

E se è vero che la recessione, da un punto di vista puramente tecnico, è finita, con una ripresa che va avanti dall’aprile del 2009, dal punto di vista sociale continuano a farsi sentire le conseguenze evidenti sul mondo del lavoro, “con un meccanismo di trasmissione a catena che investe le condizioni economiche e sociali delle famiglie”. Nel biennio di crisi 2009-2010 più della metà delle persone che hanno perso il lavoro erano residenti nel Mezzogiorno, dove l’occupazione si è ridotta di 280mila unità. La crisi ha creato non pochi problemi anche tra le famiglie italiane, che per salvaguardare il livello dei consumi hanno progressivamente eroso il loro tasso di risparmio, “sceso per la prima volta al di sotto di quello delle altri grandi economie dell’Eurozona”, con una propensione al risparmio ai valori più bassi dal 1990. 

Il Rapporto Istat mette poi in luce che circa un quarto degli italiani (il 24,7 per cento della popolazione, pari a circa 15 milioni di individui) “sperimenta il rischio di povertà o di esclusione sociale: un valore superiore alla media Ue del 23,1 per cento, con un rischio povertà che riguarda circa 7,5 milioni di persone (12,5 per cento della popolazione).

Sconfortante anche il quadro della condizione femminile: peggiora la qualità del lavoro e la disparità salariale rispetto agli uomini, con un picco del 20 per cento. Inoltre, ben 800mila donne, con l’arrivo di un figlio, sono state costrette a lasciare il lavoro perché licenziate o messe nelle condizioni di doversi dimettere.

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