Il Macro e la scarsa speranza di rinnovamento in Italia

macro-sliderLe dimissioni del direttore Barbero scaturiscono una serie di riflessioni sullo stato della cultura nel nostro Paese

 

ROMA – La precarietà dei bilanci unita ad una fragile politica culturale della città crea le prime vittime: oggi è la volta del Macro, il Museo d’Arte contemporanea del Comune di Roma, inaugurato con grande pompa nella sua nuova veste trendy e rimasto improvvisamente acefalo per le recenti dimissioni del direttore, Luca Massimo Barbero, che ne aveva ultimamente assunto la guida con grande professionalità. L’opinione pubblica è sconcertata, le associazioni che collaborano con il museo reclamano soluzioni rapide.

La questione comunque apre una serie di considerazioni sulla cultura, vera ancella di tutti i bilanci pubblici, soprattutto nel nostro Paese che invece dovrebbe avere una vocazione alla divulgazione e alla conservazione dei beni culturali e all’incremento dei propri servizi. I grandi musei, soprattutto quelli dedicati ai linguaggi contemporanei, hanno la funzione di realizzare programmi rigorosi e audaci che riguardino l’acquisizione continua di opere che abbraccino le varie tendenze in continua evoluzione e una politica volta a far conoscere queste novità per fidelizzare un pubblico sempre più vasto che sembra incuriosito dal presente.

La Tate Modern di Londra, per esempio, ha ampliato da tempo le sue collezioni e realizza esposizioni di indubbio successo di critica e di pubblico. Il suo “mitico” direttore Vincente Teodoli porta avanti un programma di grande fascino invitando, nella Turbine Hall del suo Museo, la grandissima sala di accoglienza alla quale si accede senza pagare il biglietto, importanti nomi del panorama artistico internazionale a realizzare grandi installazioni con l’intento di avvicinare il pubblico ai nuovi linguaggi, far comprendere quanto l’arte interpreti le ansie e le aspettative di tutti, aprire alla curiosità di ciò che non si conosce.

È chiaro tuttavia che per realizzare progetti così ambiziosi occorrono, oltre alle risorse finanziarie, anche e sopratutto continuità programmatica e visione generale di grande respiro. Forse il direttore del Macro ha compreso che non poteva portare avanti nessun progetto senza avere la condivisione delle istituzioni e le risorse economiche adeguate. I curatori chiamati dall’esterno alla guida dei musei o degli spazi espositivi, spesso vere star che danno lustro e impongono le loro idee, collaborano, attraverso proprie conoscenze e legami internazionali, con altri soggetti nei confronti dei quali  si servono della loro reputazione, che non vogliono tuttavia mettere in alcun modo in gioco. Devono poi mantenere alto il loro nome per poter essere sempre “sul mercato” pronti a nuove sfide. 

Anche dunque il rinnovo del management museale avvenuto in questi anni ha i lati positivi, ma anche quelli negativi. Come in passato quando c’erano più oscuri funzionari interni che si identificavano con la struttura che gestivano (viene in mente il “Papam” di Nanni Moretti che nonostante l’acclamazione pubblica e celeste non riesce ad identificarsi con il ruolo che dovrà occupare e abbandona il soglio), ne conoscevano tutti gli angoli, valorizzavano il ruolo del museo, proponevano i risultati di studi e ricerche tendenti ad ampliare le conoscenze dei visitatori, ma erano meno, o per nulla, interessati ad ottimizzare i risultati economici, al marketing, alle tecniche di promozione, rassegnati al fatto che il botteghino non avrebbe mai potuto pareggiare i conti delle gestioni. In questo gap che separa il vecchio ormai obsoleto dal nuovo che non decolla naufragano le speranze di rinnovamento, come il Macro.

(Maria Grazia Tolomeo)

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