Confindustria, l’ultima relazione di Emma

Confiundustria_sliderL’industriale mantovana ha condotto una lucida analisi della crisi e ha indicato i rimedi degli imprenditori

 

ROMA – Alla presenza del Capo dello Stato Giorgio Napolitano, Emma Marcegaglia ha letto la sua ultima relazione come presidente della Confindustria. Ad ascoltarla all’Auditorium Parco della Musica c’era stamattina l’establishment politico, economico e amministrativo italiano al gran completo. Non abbiamo fatto l’appello dei presenti, ma ad una rapida occhiata al parterre non abbiamo notato poltrone vuote “eccellenti”. I roi c’erano tutti, dal fitto stuolo di ministri e sottosegretari al governatore della Banca d’Italia, dai presidenti di Camera e Senato ai rappresentanti di tutte le autorithies, dai leader dell’opposizione ai presidenti e amministratori delegati delle più grandi aziende italiane.

Dopo il doveroso omaggio ai 150 anni della nostra unità, sottolineata da un bel video clip sulla nostra storia e dall’inno di Mameli, l’incipit della Marcegaglia si è richiamato proprio allo spirito del secondo dopoguerra, a cui “tutti noi dobbiamo tornare con la memoria, alla lezione dei nostri padri che misero in piedi milioni di aziende in una condizione drammatica, alla speranza, all’orgoglio, alla fiducia in noi stessi che hanno caratterizzato quegli anni”.

Ma per recuperare un tasso di sviluppo capace almeno di riallineare il nostro Paese ai livelli europei e soprattutto di riassorbire la disoccupazione particolarmente alta tra i giovani, occorre, secondo la presidente degli industriali, affrontare contemporaneamente due emergenze: la stabilità dei conti pubblici e la crescita economica. Sul primo punto c’è soddisfazione per il fatto che aver tenuto i conti in ordine “ci ha risparmiato di finire nell’occhio del ciclone dell’eurodebito, un merito che riconosciamo al Governo e al ministro dell’Economia”. E in questo anche l’Unione Europea dovrà fare la sua parte, aiutata dal nuovo presidente della Bce Mario Draghi al quale l’assemblea ha tributato una standing ovation. Ora però, se vogliamo mantenere un passo virtuoso, bisogna ridurre la spesa pubblica, anche se in maniera non indiscriminata.

L’obiettivo della crescita è ancor più complesso da raggiungere. “Fondamentale – a giudizio della Confindustria – sono le liberalizzazioni e la riforma della Pubblica amministrazione. Ma sta succedendo proprio il contrario. L’amministrazione pubblica interviene sistematicamente nell’ostacolare la vita delle imprese, rende quasi impossibile ottenere in tempi certi autorizzazioni e licenze, grava le imprese di mille adempimenti inutili e costosi”. Alcune cose sono state fatte (e qui la Marcegaglia ha dato notizia di un tacito assenso del governo strappato ieri sera a tavola sulla proroga dell’entrata in vigore delle nuove norme sulla tracciabilità dei rifiuti), ma molte ancora restano da fare, a cominciare dalle infrastrutture e dal fisco.

Gli investimenti in opere pubbliche – ha ricordato la Marcegaglia – sono scesi dai 38 miliardi del 2009 ai 32 del 2010 ai 27 del 2012, cioè dal 2,5% del Pil all’1,6%. Un livello mai toccato in passato e aggravato dal fatto che anche quando le opere vengono finanziate poi non vanno avanti. Il caso del Consiglio di Stato che dopo anni e anni di attesa, centinaia di aziende qualificate per lavori da 2,5 miliardi, migliaia di nuovi posti di lavoro, blocca la centrale elettrica di Porto Tolle è un vero scandalo. E Porto Tolle non è un caso isolato, c’è l’Ikea di Vecchiano, la cementeria di Monselice e cento altri eventi. Sul fisco infine la Confindustria chiede risolutamente di “ridurre insieme le imposte sulle imprese e sui lavoratori, semplificare e dare certezza delle norme, combattere l’evasione fiscale, evitare l’oppressione di controlli su chi le tasse già le paga”.

E infine, avviandosi alla conclusione, la Marcegaglia ha toccato l’altra nota dolente della Confederazione, cioè la riforma del sistema di relazioni industriali del Paese. Come già annunciato, la Fiat al completo (sia l’auto che l’industrial) si accinge ad abbandonare la Confindustria. Era naturale dunque che la presidente rivendicasse quanto già fatto durante il suo mandato nella direzione della riforma. “Noi vogliamo offrire ai nostri associati strumenti diversificati per ottenere più produttività attraverso le relazioni sindacali. A seguito dell’accordo interconfederale del 2009 ci sono già oggi imprese che mantengono la centralità del contratto nazionale, c’è chi avrà l’esigenza di introdurre deroghe a livello aziendale, chi sostituirà il contratto nazionale con il contratto aziendale”.

E a questo punto c’è stato lo scatto d’orgoglio di Emma che, abbandonata la relazione scritta e senza rivolgersi a John Elkan che le sedeva a fianco, ha affermato, alzando leggermente il timbro della voce, che “la Confindustria ha 150.000 iscritti e per me sono tutti uguali dal primo all’ultimo. È finito per sempre il tempo in cui poche grandi aziende facevano il bello e il cattivo tempo all’interno del sistema associativo. Noi proseguiremo sulla strada della modernizzazione delle regole della contrattazione, ma lo faremo senza strappi e senza lasciare indietro nessuno, tenendo conto delle esigenze di tutti”. Applausi scroscianti dalla platea.

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