Un’economia nel “cul de sac” di Porto Tolle

porto-tolleDopo il no del Consiglio di Stato alla nuova centrale, politica ed economia riflettono sullo sviluppo del Paese

 

ROMA – Adesso come si fa ad uscire dall’impasse in cui il Consiglio di Stato, bocciando la costruzione di una centrale elettrica nel delta del Po, ha cancellato uno dei più importanti investimenti industriali italiani? Se lo domandano con crescente ansietà politici, giuristi, amministratori locali, authorities, commissari ministeriali, sindacalisti. Ma le risposte pervenute fino a questo momento non solo non risolvono il problema, ma non individuano neppure una parvenza di “exit strategy” da uno dei più inquietanti “cul de sac” in cui si è cacciato lo sviluppo economico del nostro Paese.

La vicenda di Porto Tolle infatti, bocciata dopo aver superato un incredibile percorso autorizzativo durato oltre cinque anni, ha richiamato l’attenzione del Governo e dell’opinione pubblica sul sentimento profondamente antindustriale oramai diffuso. Dopo aver ironizzato per anni sulla sindrome di nimby che condivideva gli investimenti but not in my backyard, si è arrivati di fatto a contestare qualsiasi opera pubblica o privata di una certa dimensione. La lista degli esempi si allunga ogni giorno: dalla linea ferroviaria Torino-Lione alla centrale elettrica a carbone di Saline Ioniche del gruppo svizzero Repower, dal megastore Ikea di Pisa all’Esselunga di Cusano Milanino (la cui domanda di costruzione sta per compiere le nozze d’argento), dal rigassificatore della British Gas a Brindisi alla bio-raffineria della Mossi-Ghisolfi a Rivalta Scrivia. E gli esempi potrebbero continuare fino ad arrivare ai circa 320 stop censiti nel 2010 in Italia dal Nimby Forum.

Meraviglia altresì che i contestatori delle opere siano di volta in volta amministratori locali, organi diversi dello Stato, magistrati ordinari e amministrativi, ambientalisti, sovrintendenze, comitati cittadini, sindacati, scambiandosi spesso le parti in questa non edificante commedia. Per esempio a Porto Tolle si sono fronteggiati amministratori locali e sindacati a favore (“non è mai successo che un territorio sia compatto a favore di un progetto che poi viene bocciato da associazioni che nulla hanno a che fare con quel territorio”) contro la Procura di Rovigo, le organizzazioni ambientaliste e il Consiglio di Stato. Morale, molti rinunciano agli investimenti, alcuni se ne vanno dall’Italia e nessuno arriva più.

Si torna così alla domanda iniziale: che fare per non rimanere schiacciati da un lato nella tenaglia di controlli necessari e scrupolosi (l’Italia è, ahinoi, ai primi posti nel ranking mondiale per abusi, evasioni e corruzione) e di efficienza e competitività del sistema paese dall’altro? Non avendo risposte da offrire si preferisce fuggire in avanti, come fa il ministro preposto allo Sviluppo economico che, di fronte alla paralisi della crescita, si appella “al senso di responsabilità di chi sovrintende agli iter amministrativi” e auspica “un salto culturale” nell’opinione pubblica.

Se dunque non si vogliono riscrivere regole arcaiche scritte un secolo fa per un Paese e una società che non esistono più, allora, a legislazione costante, non resta che rimettersi all’ortodossia giuridica che, nel caso di Porto Tolle, detta una via obbligata: riscrivere il disciplinare del parco del Delta del Po, fissando nuovi limiti alle emissioni nell’atmosfera e alle acque reflue; modificare di conseguenza i progetti dell’Enel che equiparano gli standard ambientali delle centrali a carbone con quelle a gas; riconvocare la conferenza dei servizi di tutti i soggetti a vario titolo coinvolti; presentare la nuova domanda alla commissione per la valutazione d’impatto ambientale e attendere il via libera ministeriale. Se va bene se ne riparla tra cinque anni, con buona pace delle imprese fornitrici già selezionate e dei posti di lavoro previsti. Sempre meglio, d’altronde, che attendere i tempi biblici del “salto culturale”.

Potrebbero interessarti anche