Amministrative, stravince il centro-sinistra

demagistris-pisapia-sliderL’opposizione si aggiudica i test più importanti a Milano, Napoli e Cagliari. Il centro-destra in difficoltà

 

ROMA – Tsunami centro-sinistra al secondo turno delle elezioni amministrative in tutta Italia. Secondo i risultati definitivi arrivati dal ministero dell’Interno Giuliano Pisapia è il nuovo sindaco di Milano con oltre il 55 per cento dei voti, a Napoli stravince de Magistris che supera il 65 per cento dei voti mentre a Cagliari con oltre il 59 per cento delle preferenze vince Zedda, anch’egli del centro-sinistra.

Tra gli altri test più importanti centro-sinistra vincente anche a Trieste con Cosolini, a Grosseto con Bonifazi, a Novara con Ballarè, in provincia di Trieste con Poropat, in provincia di Pavia con Bosone e in provincia di Mantova con Pastacci. Il centro-destra vince invece a Varese con Fontana al 53,89 per cento, Cosenza con il 53,31 per cento di Occhiuto e in provincia di Vercelli con Vercellotti che vince, ma di un solo punto.

La vittoria di ieri del centro sinistra è stata presa al volo dai tre maggiori esponenti dell’opposizione per chiedere che “Berlusconi vada a casa e che si vada subito a votare”. Sia il leader di Sel, Nichi Vendola, sia il segretario del Pd, Pierluigi Bersani che il numero uno dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro hanno infatti chiesto elezioni immediate ma mentre Vendola esclude la possibilità di un governo di transizione per rifare la legge elettorale, Bersani la chiede espressamente al Parlamento.

Sul significato del successo di ieri c’è stata piena sintonia tra i tre leader che sottolineano come il risultato dei ballottaggi sia il ‘de profundis’ per Berlusconi. “Una grande prova di disubbidienza civile, morale, di popolo. Un terremoto che chiude definitivamente il ciclo del berlusconismo”, ha commentato a caldo il numero uno di Sinistra e Libertà, a Milano. “Non penso che Berlusconi riuscirà a resistere a lungo, ormai anche lui è finito nel peggiore dei buchi neri: un populista senza popolo”, dice Vendola dal palco allestito a piazza Duomo. “Berlusconi deve lasciare il Governo perché ha perso la fiducia dei cittadini e la perderà definitivamente con il referendum del 12 e 13 giugno”, ha dichiarato invece a Napoli, il leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, aggiun gendo che “il venditore dei tappeti deve andare via”. “Berlusconi si deve dimettere”, è il primo commento del segretario Bersani. “Il Parlamento cerchi, in una fase molto stretta di poche settimane, la soluzione di una nuova legge elettorale. Dopo di che si vada a votare”, ha aggiunto.

Bersani dà inoltre la disponibilità del suo partito “a un esecutivo solo per fare la riforma”, anche se, ammette, “il grado di probabilità che si realizzi questo scenario non è molto alto”. Vendola respinge però l’idea di un governo di transizione per rifare la legge elettorale. “Non credo che lo faranno e comunque penso che sarebbe un errore gravissimo cercare interlocutori nel centrodestra. Non è il momento di cercare sponde con la Lega o con Tremonti”. Per il leader di Sel adesso “si può vincere il referendum, il quorum è alla nostra portata. Poi, subito dopo le primarie, le elezioni politiche anticipate. Prima possibile, subito, con l’alleanza che oggi ha vinto le amministrative”.

“Le elezioni di oggi – sostiene il leader democratico – dimostrano inequivocabilmente due cose: la fine della coalizione di governo e l’impotenza della sua azione”. In merito alle alleanze, “nel fondo del Paese si è consolidato un assetto bipolare. Ma la nostra proposta di alternativa, avanzata più di un anno fa, non mette barriere a una convergenza delle forze progressiste e moderate. Un polo che si definisce moderato – conclude Bersani – ha già votato ampiamente per il cambiamento e ha bocciato l’estremismo e l’avarizia politica dell’altro campo”.

Per quanto riguarda invece il centro destra, la prima, evidente e più immediata conseguenza è arrivata con le dimissioni di Sandro Bondi dal ruolo di coordinatore del Pdl. Mentre il buongiorno a Milano viene scandito dai manifesti arancioni di Giuliano Pisapia, nelle segrete stanze di via dell’Umiltà si consuma il primo psico-dramma della seconda era Berlusconi. Dopo tre anni di vittorie, di conferme e di sostanziale tenuta, il partito di maggioranza relativa del Paese riassapora l’amaro calice della sconfitta. Reso forse un po’ meno indigesto dal crollo contemporaneo del Pd, che si aggrappa ai successi di Pisapia e De Magistris, esponenti di Sel e Idv, dimenticando o facendo finta di non vedere l’emorragia di voti e di consensi che ha colpito i suoi candidati.

La notizia che domina tutte le altre, però, non può non essere il messaggio che arriva dalle urne: la voglia di cambiamento è talmente grande che ci si accontenta di qualsiasi cosa passi il convento. Ed è proprio su questa nuova realtà che il Pdl si interroga al suo interno: quanto possiamo reggere ancora, senza cambiare? E’ la sfida più grande che attende Berlusconi: restare ostaggio dei “colonnelli”, delle correnti, degli spifferi che arrivano da tutte le parti o tentare la carta di quel rinnovamento (vero) che sono in molti ormai a chiedere a gran voce? Angelino Alfano è la tentazione più grande: la sua nomina a coordinatore unico sarebbe un “avviso ai naviganti”, Lega compresa. Anche perchè il Carroccio non esce affatto bene da questa tornata delle Amministrative.  Dopo la “sua” Milano, Bossi saluta, infatti, anche Gallarate, Novara, Domodossola e Mantova, storici feudi leghisti passati nelle mani del centrosinistra.  Unica superstite Varese, decisamente troppo poco per un movimento ambizioso di governo che però ha le sue belle responsabilità nel mini-tracollo elettorale.

Insomma, da via Bellerio a via dell’Umiltà, la parola d’ordine è una sola: riorganizzare il partito. E stavolta chi sbaglia, paga. Il tempo per Verdini e La Russa sembra ormai scaduto, come per chi non ha saputo gestire questa campagna elettorale, a partire dalla scelta dei candidati. E mentre Alemanno punta sempre più ad una nuova corrente di destra all’interno del Pdl e a Sud Miccichè va sempre più a braccetto con la Carfagna e la Prestigiacomo, tra una querela minacciata e l’altra Scajola chiede a gran voce il ritorno a quella che fu Forza Italia. Insomma, per Berlusconi si prospetta un dopo-elezioni non molto facile, a partire dal chiarimento (indispensabile) con Tremonti per rilanciare l’economia italiana e il piano per il Sud.

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