L’ultima volta di Mario Draghi a via Nazionale

relazione-mario-draghi-sliderIl governatore di Bankitalia: “Quello italiano non è un declino ineluttabile ma servono più produttività e meno tasse”

 

ROMA – Per l’ultima volta Mario Draghi ha letto stamattina le sue considerazioni finali. Da domani sarà occupato a prepararsi per traslocare dopo l’estate a Francoforte alla guida della Banca centrale europea. L’occasione ha sempre rivestito un ruolo solenne nel dibattito economico e finanziario del Paese. Tanto più quest’anno che la “cerimonia degli addii” avrebbe potuto aggiungere alla liturgia il mark-up di un testamento ereditario.

Invece le ultime considerazioni dell’attuale Governatore non si sono discostate, nella sostanza, dal clichè tradizionale. Volo alto, anzi altissimo, richiami un po’ scontati, raccomandazioni ex cathedra, frecciatine al governo molto soft, come nello stile dell’uomo le cui (rare) battaglie non sono mai state frontali ed eclatanti. L’unica novità, se vogliamo, è stata toccata quando Draghi ha auspicato che la Vigilanza sia dotata, oltre che di tutte le sue prerogative, anche della “possibilità di rimuovere gli esponenti responsabili di condotte nocive alla sana e prudente gestione di una banca”. Per il resto l’obiettivo è quello del pareggio di bilancio nel 2014, per dare stabilità alla crescita attraverso una manovra che dovrà essere “tempestiva, strutturale, credibile agli occhi degli investitori internazionali”, perché così consentirebbe un calo dei tassi sul debito pubblico.

Ad essere maliziosi, si potrebbe vedere una “puntura di spillo” a Tremonti quando si è venuti a parlare dell’indispensabile contenimento della spesa pubblica. “Attenzione – ha detto il Governatore – non è consigliabile procedere a tagli uniformi in tutte le voci” perché penalizzerebbe le amministrazioni virtuose e “inciderebbe sulla già debole ripresa dell’economia, fino a sottrarle circa due punti di pil in tre anni”. Serve invece “un’accorta articolazione della manovra, basata su un esame di fondo del bilancio degli enti pubblici, voce per voce, commisurando gli stanziamenti agli obiettivi di oggi, indipendentemente dalla spesa del passato”. E’ quello che i tecnici chiamano spending rewiev.

Sul nodo delle tasse Draghi è stato estremamente chiaro: “Andrebbero ridotte in misura significativa le aliquote, elevate, sui redditi dei lavoratori e delle imprese, compensando il minor gettito con ulteriori recuperi di evasione fiscale, in aggiunta a quelli, veramente apprezzabili, che l’amministrazione fiscale ha recentemente conseguito. E questo incluso l’Irap, la cui aliquota legale sui redditi d’impresa supera di quasi sei punti quella media dell’area dell’euro”. Tra le riforme strutturali che il Paese non può più rimandare – ha aggiunto – vi è certamente un processo di liberalizzazioni diffuse capaci di rimettere in moto il volano dell’accumulazione. Non però “privatizzazioni senza controllo, ma un sistema di concorrenza regolata in cui il cliente, il cittadino, sia più protetto”, rilevando come “la concorrenza, radicata in molte parti dell’industria, stenta a propagarsi al settore dei servizi, specie quelli di pubblica utilità”.

Il Governatore ha sottolineato come “la sfida della crescita non può essere affrontata solo dalle imprese e dai lavoratori direttamente esposti alla competizione internazionale, mentre rendite e vantaggi monopolistici in altri settori deprimono l’occupazione e minano la competitività complessiva del Paese”. E questo, nel linguaggio felpato delle considerazioni finali, è suonato come un forte messaggio “politico”. E sullo stesso tasto delle riforme Draghi ha citato l’inadeguatezza italiana “nella dotazione di infrastrutture rispetto agli altri principali Paesi europei. L’incertezza dei programmi in questo settore, le carenze nella valutazione dei progetti e nella selezione delle opere, la frammentazione e sovrapposizione di competenze, l’inadeguatezza delle norme sull’affidamento dei lavori e sulle verifiche degli avanzamenti, producono da noi opere meno utili e più costose che altrove”.

Allo stesso modo la riforma della giustizia civile, così come del sistema di istruzione valgono ciascuna un punto percentuale di pil. “La crescita di un’economia – ha concluso Draghi – non scaturisce solo da fattori economici, ma dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori che determinano il progresso di un Paese”.

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