Escherichia-coli, a caccia del batterio misterioso

batterio-killer-sliderLa nostra inchiesta. L’epidemiologo: “Non cercate il batterio nelle verdure ma nella carne cruda”

 

ROMA – In Germania si continua a cercare con crescente ansietà il vettore che ha diffuso l’escherichia-coli, cioè il batterio, nella sua variante siglata 0104, che ha causato l’epidemia per la quale si contano ormai quasi 2.500 casi di contagio accertati, per un totale di 24/25 decessi tra e.coli e sindrome emolitica uremica, per lo più in nord Europa.

Il balletto di alimenti responsabili del contagio susseguitisi nell’ultimo mese ha avuto il solo effetto di diffondere una psicosi collettiva che sta creando danni serissimi all’agricoltura continentale, senza peraltro avvicinare di un millimetro la scoperta del “colpevole”. Cetrioli, germogli di soia, pomodori, chiamati di volta in volta sul banco degli imputati, sono stati regolarmente assolti. E ogni volta si riparte da zero. In un quadro dunque estremamente opaco, Romacapitale.net ha voluto portare un proprio modesto contributo di chiarezza attraverso l’intervista ad uno dei massimi esperti epidemiologici italiani, Donato Greco, e una rilevazione più che altro “di clima” condotta insieme allo chef della più importante rivista gastronomica tedesca “Essen&Trinchen”, Michael Wolken.

All’epidemiologo abbiamo chiesto, da profani, come è possibile che a un mese di distanza dalla prima notizia dell’epidemia si brancoli ancora nel buio. “In effetti sembra questo l’aspetto più preoccupante. In tutta Europa, Italia compresa, si registra ogni anno in ciascun paese una cinquantina di infezioni da e.coli, un batterio che è normalmente nell’intestino dell’uomo e degli animali, che può tuttavia sercenere tossine che generano diarrea, sangiunamenti nelle feci e gravi complicazioni renali, con un tasso di mortalità mediamente non superiore all’1 per cento. E di solito in 24/48 ore si riesce ad isolare il ceppo”.

Questa volta allora ci troviamo di fronte ad una variante sconosciuta del batterio? “No, il microrganismo è arcinoto, è il veicolo che lo ha portato in giro che ancora ci sfugge. E ovviamente non è cosa di poco conto per due motivi. Primo perché la diffusione del germe potrebbe essere avvenuta a dosi molto basse, rendendo così più difficile la sua scoperta negli alimenti-veicolo. Per fare un esempio, in un caso di tifo compaiono all’incirca 9 miliardi di bacilli di salmonella. E secondo perché dalla proporzione del contagio (statisticamente i casi sono di solito dieci volte più numerosi di quelli ospedalizzati) si ha la quasi certezza che l’infezione sia partita non da un singolo punto (per esempio da un ristorante, come si era pensato all’inizio) ma da un centro molto più ampio, come una fabbrica, uno stabilimento di confezionamento, un supermercato, che darebbe alla ricerca della causa un carattere assai più random”.

Non le chiediamo naturalmente dove secondo lei può annidarsi il batterio, ma dopo i falsi allarmi di questi giorni cosa escluderebbe come vettore. “Si è parlato disinvoltamente di tutto e del contrario di tutto, a cominciare dalle verdure, l’acqua, la frutta. A parte che il germe non ama particolarmente l’acqua, io non ho mai visto coli enterotossici in frutta e verdura. Dal momento che, come detto, il microrganismo vive nell’intestino dei bovini, sarei più portato a cercarlo nelle carni crude, come le tartare, gli hamburger, o tutt’al più nel latte. Basta cuocere bene o bollire il tutto”.

Abbiamo poi parlato per telefono ad Amburgo, epicentro della malattia, con Michael Wolken, chef della rivista di cucina “Essen&Trinchen”. Ovviamente segue anche lui con una certa apprensione la caccia al killer, ma non ha registrato in giro particolari fenomeni di panico collettivo. “I ristoranti soprattutto nel week end sono sempre pieni, la nostra rivista, come le altre del settore, non registrano significativi cali di vendite. Certo nei mercati ortofrutticoli di Amburgo c’è una evidente contrazione del fatturato. Io temo soprattutto che possa individuarsi nell’acqua il responsabile della crisi, perché in quel caso sarebbe molto più difficile approntare i rimedi”.

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