Il Csm “boccia” la riforma della Giustizia ma apre al dialogo

vietti-audizione-sliderIl Plenum ha condiviso la relazione del presidente Vietti preparata per l’audizione alla Camera sulla riforma

 

ROMA – La riforma della Giustizia non ridurrà i tempi dei processi. È questa la principale criticità del sistema, a parere del plenum del Csm, che con 18 voti a favore, 3 contrari (i laici del Pdl) e l’astensione dell’ex-presidente della Corte Costituzionale Annibale Marini ha condiviso l’impianto della relazione che il vicepresidente Michele Vietti ha poi tenuto dinanzi alle commissioni Giustizia e Affari Costituzionali della Camera, sul provvedimento presentato dal Guardasigilli Angelino Alfano.

In 39 pagine, la relazione di Vietti punta l’indice verso una riforma costituzionale che pone ”le premesse per un ordine giudiziario non più unitario e meno autonomo e indipendente rispetto agli altri due poteri, se non addirittura un quasi-potere”. E anche se l’impianto normativo del Governo presta il fianco a “numerosi rilievi che riguardano sia le singole previsioni che il disegno complessivo che le sottende”, il vicepresidente del Csm indica la necessità di ”confrontarsi e dibattere sulle sue norme, senza chiusura aprioristiche”. La premessa, è che “la riforma non sembra destinata a produrre effetti sui tempi lunghi dei giudizi che continueranno a costituire la principale criticità del sistema giustizia”.

Ma il pericolo maggiore, spiega Vietti, è quello di una ”decostituzionalizzazione dei principi che, attraverso sistematici rinvii alla legge ordinaria, affievolisce il presidio di precetti fondamentali oggi modificabili solo con procedure garantite, con inevitabili ricadute sull’attuale impianto della separazione dei poteri e perciò dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Critiche anche alla rivisitazione dell’obbligatorietà dell’azione penale, alla separazione delle carriere tra giudice e Pm, all’autonomia della polizia giudiziaria rispetto al Pm, ma anche all’ipotesi di una magistratura elettiva, con l’indebolimento della inamovibilità dei magistrati e l’aumento dei componenti di nomina parlamentare nei due Csm che vengono ”ridotti ad organi amministrativi”.

E ancora, l’esclusione della garanzia costituzionale dell’indipendenza del pubblico ministero e la disciplina della responsabilità civile. Quest’ultima, avverte il vicepresidente del Csm, “è più rigorosa di quella prevista per la generalità dei dipendenti pubblici e non tiene conto della peculiarità delle funzioni giudiziarie”. Il sentimento che circonda questa iniziativa legislativa, ha fatto notare, “ricorda i timori che già nel 1997 si diffusero dall’esito dei lavori della bicamerale, poi interrotti, circa la difficoltà a trovare soluzioni condivise. Tuttavia riserve risalenti nella storia sui tentativi di riforma non giustificano un immobilismo sulla criticità che il sistema dimostra”. Approccio, quello di Vietti, che ha registrato un larghissimo consenso, persino da parte dei consiglieri “laici” del Pdl.

Anche Magistratura Indipendente, rappresentata da Antonello Racanelli, Tommaso Virga e Alessandro Pepe, ha voluto evidenziare il “maggiore pericolo della riforma: quello della decostituzionalizzazione di alcuni principi fondamentali attraverso il rinvio in modo generico alla legge ordinaria, peraltro, in una democrazia parlamentare con sistema tendenzialmente maggioritario con i rischi delle possibili continue modifiche legislative che un simile sistema comporta”.

Il togato di Mi Racanelli, che ha preso la parola in plenum, ha sottolineato che l’unico elemento che può essere oggetto di “seria discussione” è la separazione della funzione disciplinare dalle altre funzioni del Csm: “Ma per far ciò – ha concluso – non occorre creare una Corte di Disciplina. È sufficiente creare un’articolazione interna ma autonoma del Consiglio con componenti che a tempo pieno si occupino solo del disciplinare, mantenendo l’attuale proporzione tra componente togata e componente laica”.

(Valentina Marsella)

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