Privacy vo’ cercando ch’è sì cara

pizzetti-sliderPresentata la Relazione annuale del Garante della Privacy. Ma ci si dimentica delle intercettazioni

 

ROMA – Se non fosse troppo irriverente, verrebbe da dire a Francesco Pizzetti, garante della privacy: “Ma di che parli?”. Mentre infatti nella sua odierna relazione annuale al Parlamento descrive con mano leggera di trattamenti giudiziari, di pubblicazione di atti pubblici sul web, di dati sensibili sullo stato di salute, di giornalismo e informazione online, di iniziative invasive di telemarketing, la nostra vita privata viene violata ad ogni istante, con estrema facilità, da chiunque abbia interesse a conoscere i fatti nostri.

Il diluvio di intercettazioni che invade in queste ore tutti i mezzi di informazione, partendo dal telefono di Luigi Bisignani, senza alcun rispetto per la pertinenza o la rilevanza giudiziaria delle rivelazioni, è soltanto l’ultimo episodio in ordine di tempo di un fenomeno che oramai ha assunto profili di generalità e incontinenza. La tecnologia e la rete, bisogna prenderne atto, hanno rovesciato tutti i tradizionali paradigmi di protezione delle riservatezza individuale.

Un’auto dichiarazione di inadeguatezza dello strumento istituzionale di controllo emerge dalla riconosciuta impossibilità del Garante di “sindacare il ricorso da parte dell’autorità giudiziaria a mezzi di prova consentiti dalla legge, né intervenire laddove le notizie tratte da atti giudiziari abbiano un contenuto di evidente interesse pubblico, specie se riguardano persone note o che esercitino funzioni pubbliche e che quindi, fermo restando il principio di essenzialità e non eccedenza dell’informazione, hanno una protezione della riservatezza necessariamente attenuata”. C’è solo l’auspicio del Garante che i media “rispettino scrupolosamente i principi fissati nel codice deontologico e che l’Autorità giudiziaria per prima assicuri il segreto istruttorio, perseguendo gli eventuali autori delle violazioni”.

Di fronte a questa incontestabile (ed inquietante) realtà, suonano fuori registro le cifre snocciolate da Pizzetti. “Nel 2010 sono state effettuate 474 ispezioni indirizzate per lo più a trattamenti di dati personali effettuati da istituti di credito, da società che gestiscono pagamenti attraverso carte di credito, da enti previdenziali mediante i propri sistemi informativi, dall’amministrazione finanziaria mediante l’anagrafe tributaria, da enti pubblici su dati sanitari sensibili, da banche dati per finalità di marketing attraverso l’invio di Sms e Mms”. Il dato delle sanzioni comminate per violazioni della privacy di carattere penale (in tutto 75 denunce tra Authority e Guardia di Finanza) dà la misura dell’inadeguatezza della medicina per curare una metastasi che sembra inguaribile.

Pizzetti stesso d’altronde ammette che c’è il rischio, soprattutto per i giovani, che “ciascuno diventi allo stesso tempo il potenziale controllore e il possibile controllato, il cacciatore e la preda. Nuove forme di comunicazione infatti legate all’uso degli smartphone e dei social network spingono specialmente i giovani a rivendicare il diritto a tutto sapere e tutto denunciare. Oggi l’esposizione di sé e dei propri amici e conoscenti impera sui blog, sui social network, in ogni programma televisivo e in ogni intervista a persone coinvolte, a qualunque titolo, in fatti di cronaca, talvolta particolarmente terribili. Viviamo nel mondo della autoesposizione e della trasparenza globale che sta diventando, senza che ce ne accorgiamo, quello del controllo globale”.

Insomma il “grande fratello” è già tra noi e prende nota di ogni nostra azione. Condividiamo il giudizio espresso dal presidente della Camera Gianfranco quando afferma che “il concetto di privacy così come è stato concepito in passato non esiste più. Si è passati da un’esperienza giuridica in cui il diritto alla riservatezza era considerato fondamentale ad una fase in cui la tecnologia si va imponendo come forza egemone del villaggio globale. La vera questione- secondo il presidente della Camera – è quella che attiene all’esigenza di ‘ricalibrare’ normativamente l’intera materia per far convivere la libertà a informare e a essere informati con il diritto alla tutela della riservatezza”. L’auspicio è sacrosanto, nei fatti però sembra che tutto vada in direzione opposta.

 

 


 

IL DOCUMENTO: Relazione annuale del Garante della Privacy

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