Le agenzie che tengono il mondo in sospeso

Borsa_aperturaIl divario tra i Btp italiani e i Bund tedeschi continua a preoccupare. Così come le agenzie di rating

 

ROMA – Dopo il venerdì nero della settimana scorsa, quando l’indice di Borsa è caduto di quasi due punti, facendo segnare la peggiore performance europea, e sopratutto i titoli bancari, con Unicredit in testa, sono crollati sfiorando in certi momenti il segno meno a due cifre, si attendeva con trepidazione la seduta di ieri per fare il conto dei morti e dei feriti lasciati sul campo. E le cose, si sa, non sono andate male con l’indice generale Ftse Mid che ha fatto segnare un modesto ma rassicurante + 0,75% e i titoli delle banche che tirano un respiro di sollievo (Unicredit più 0,51%, Banca Intesa più1,17%).

A bocce ferme dunque ci si interroga sulle cause del “black friday”. Se lo domandano gli operatori, ancora sotto shock, se lo domanda la Consob che ha aperto un’inchiesta sul corretto andamento del mercato mobiliare, se lo domandano addirittura alcuni magistrati che vogliono appurare che dietro questi abnormi sbalzi dei valori azionari non ci sia la mano invisibile della speculazione. E in effetti, a quarantotto ore di distanza (escludendo il weekend), qualcosa si comincia a capire.
Secondo la ricostruzione della Consob, le prime vendite al ribasso partono improvvisamente alle 12,02 di venerdi ed è subito caos. In mezz’ora di contrattazioni la disfatta è bella che compiuta: la Borsa di Milano lascia sul campo parecchie decine di miliardi di euro.

Di chi è la colpa del panico esploso come un ordigno? Chi è l’untore che ha seminato la follia nel mercato? Tecnicamente la responsabilità può essere imputata a quei micidiali meccanismi chiamati stop loss che quando i corsi di determinati titoli scendono a certi prezzi fanno scattare automaticamente un’ondata di vendite senza possibilità di controllo. E se questo accade in un mercato asfittico come quello di quel giorno e per di più in un clima di fortissima incertezza sulla accountability del debito sovrano italiano e conseguentemente sulla tenuta dei suoi maggiori titoli industriali e finanziari, il fenomeno trova la sua plausibile spiegazione.

Eh no, la spiegazione tecnica in realtà non chiarisce affatto le cause profonde del crollo, la sua ripetibilità, gli effetti devastanti che può produrre, i possibili rimedi (ammesso che ne esistano). Riandiamo allora alla seduta di ieri in Piazza Affari. Il piccolo rimbalzo dei corsi non ha illuso nessuno perché ci sono altri indici e altre ragioni che tengono tutti col fiato sospeso. Si cerca innanzitutto di interpretare il significato di quella forbice tra i Btp italiani e i bund tedeschi che continua ad allargarsi. Venerdì scorso il distacco aveva raggiunto i 215 punti e sembrava un record negativo invalicabile, ma ieri si è toccata quota 220 e il trend non accenna almeno a stabilizzarsi, se non a ridursi. E se i titoli di Stato tedeschi costituiscono il benchmark su cui ormai tutti i paesi europei misurano la solvibilità del proprio debito sovrano, non c’è dubbio che l’Italia non se la passa affatto bene. Come si legge nell’ultimo risk outlook della Consob, “il rischio sovrano è l’elemento principale che sta condizionando le dinamiche dei mercati azionari, dove nonostante la riduzione della volatilità e l’elevata liquidità sul secondario, i titoli bancari hanno subito forti correzioni al ribasso e i moltiplicatori P/B sono scesi sotto l’unità per la maggior parte delle principali banche europee”.
Su questa instabile situazione piomba come un fulmine (non proprio a ciel sereno) l’anatema di Moody’s che prima annuncia il probabile downgrading del debito sovrano italiano e poi, in rapida successione, delle imprese a partecipazione pubblica e dei nostri principali istituti di credito. L’effetto negativo che ne deriva è pesantissimo e finisce col contagiare non solo i mercati finanziari, ma nel medio periodo la stessa economia reale.

Allora ci si domanda, qual è il grado di attendibilità di questi giudizi? Qual è la fonte di legittimazione delle agenzie di rating e il limite al loro potere? E’ già svanito l’effetto del clamoroso errore della super valutazione della Lehman Brothers alla vigilia del suo fallimento? A pensar male si fa senz’altro peccato, ma non è detto che qualche volta non ci si azzecchi. In effetti, se uno mettesse in fila gli avvenimenti di questi giorni (gli annunci delle agenzie internazionali, le vendite al ribasso degli hedge fund e delle grandi banche di investimento, il probabile accodamento delle altre compagnie di rating) e, mutatis mutandis, li confrontasse con i micidiali attacchi che all’inizio degli anni 90 gli “gnomi” internazionali condussero contro la nostra vecchia moneta, lucrando stratosferiche plusvalenze dalla sua svalutazione, trarrebbe quanto meno il dubbio che la storia possa ripetersi, ancorché sotto mutate spoglie.

C’è qualcosa da fare affinché questo non accada? C’è un piccolo magistrato, di una piccola Procura, di un piccolo paese, Trani, che ha dichiarato guerra agli analisti internazionali e se riuscirà a dimostrare la loro inconsistenza o, peggio l’opacità delle loro manovre, potrebbe chiederne l’interdizione sul territorio nazionale. A parte però la simpatia che hanno sempre riscosso in noi i davidi e le loro piccole fionde, siamo tornati a chiedere ad un grande e saggio operatore finanziario se è in qualche modo controllabile lo strapotere di queste agenzie sopranazionali. La risposta è: “No, nel breve termine è gioco forza sottostare al giudizio di questi esaminatori, tanto più severi nei confronti di un Paese che ha un debito pubblico pari al 120 per cento del suo Pil. E’ questo un fattore oggettivo di vulnerabilità nazionale che nessuno può ignorare, a prescindere dal rating di Moody’s o di S&P”. E a più lungo termine si può sperare in un’analisi più obiettiva e soprattutto più trasparente? “Da pochi mesi è operativa a livello europeo il primo esempio di regolamentazione pubblicistica dei mercati finanziari, l’European securities and markets authority (Esma). E’ dunque prematura qualsiasi previsione sull’efficacia della sua azione e sull’effettiva capacità di controllo di mercati globali. Speriamo che ciò possa avverarsi”.

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