Poste Italiane si riposiziona. Ma come?

Poste_sliderRiorganizzazione verso settori diversi dai servizi postali. Sempre più banca e assicurazione nel suo futuro

ROMA – Ieri la “gallina dalle uova d’oro” di Poste Italiane, il Bancoposta, è uscita formalmente dal “pollaio” di Gruppo e ha guadagnato una sua autonomia contabile e gestionale. Nel bilancio consolidato per il momento non cambia nulla, ma lo scorporo – a cui prima o poi seguirà quello del ramo assicurativo – ridisegna il profilo istituzionale del gruppo e rischia di far emergere con più evidenza il declino di quello che un tempo era stato il core business dell’azienda, cioè il servizio postale, colpito al cuore non solo dall’obiettiva contrazione della domanda, ma dalla cosidetta “guerra delle liberalizzazioni” con cui altri competitor italiani e stranieri tentano di strappare fette sempre più consistenti di mercato.

Si è aperta dunque da tempo una fase di riposizionamento strategico di Poste Italiane i cui sbocchi finali sono però ancora tutti da definire. Infatti dopo lo tsunami informatico che all’inizio del mese ha messo in ginocchio per quattro giorni i 14.000 sportelli di Poste Italiane, si sarebbe potuto immaginare un gruppo ripiegato su se stesso per reggere l’urto di una sorta di class action risarcitoria che le associazioni dei consumatori e i singoli clienti avrebbero potuto scatenare. Invece non è successo nulla, o quasi, e Massimo Sarmi, approfittando da buono stratega dello scampato pericolo, è partito al contrattacco da un lato coprendosi le spalle con la minaccia di un’azione di rivalsa sull’Ibm responsabile del collasso del sistema informativo e dall’altro spingendo sull’acceleratore delle linee di business più profittevoli, che non sono più da tempo quelle dei servizi postali.

Da diversi anni infatti il deficit del ramo d’azienda postale viene più che compensato dagli utili delle altre business unit del gruppo. E il bilancio 2010 non si discosta da questo format. L’esercizio infatti si è chiuso in grande spolvero, con i ricavi in crescita dell’8,7% fino a 21,8 miliardi e un utile netto che rompe per la prima volta il muro del miliardo di euro con una performance positiva del 13%. Ma al suo interno c’è chi spinge prepotentemente, come i servizi assicurativi, che hanno venduto 180 mila polizze con un fatturato di 24,7 milioni di euro, o i servizi finanziari e la telefonia (Poste Mobile). E c’è chi invece viene “rimorchiato”, come la corrispondenza che cala di un altro 3% “per effetto – spiega Sarmi – della progressiva sostituzione della corrispondenza cartacea con forme di comunicazione digitale via internet e del processo di liberalizzazione del settore postale”.

La sicurezza ostentata dall’amministratore delegato di Poste Italiane nel diversificare le fonti di ricavi del gruppo non attenua tuttavia la complessità dello scenario che gli si prospetta. Da un lato infatti colossi europei del settore, come l’olandese Tnt, continuano a macinare utili sui nuovi segmenti che Poste, per l’inefficienza del proprio processo produttivo, non riesce a coprire: la distribuzione dei giornali in abbonamento, le vendite per corrispondenza e il direct marketing. Dall’altro si intensifica l’attacco ai residui spazi monopolistici sia da parte di gruppi come la stessa Tnt o l’italiana Selecta, sia a livello comunitario per i ritardi con cui (non) si recepiscono le direttive europee in tema di servizio postale universale.

Ma l’attenzione di Sarmi, come si è visto, è rivolta in tutt’altra direzione. Ai servizi finanziari e assicurativi, che già assicurano da soli la redditività del gruppo, stanno per aggiungersi nuove frequenze per la telefonia mobile (PI parteciperà alle prossime aste) e la Banca del Sud, che pure in questo momento langue in una fase di surplace dopo gli entusiasmi iniziali di Tremonti. Che cosa sarà dunque Poste Italiane tra cinque anni, quando Sarmi avrà ormai lasciato il palazzo dell’Eur, nessuno oggi sarebbe ragionevolmente in grado di dirlo.

Potrebbero interessarti anche