Il Csm critica Alfano per l’arretrato civile

toghe_sliderLa 6° Commissione critica il provvedimento, fuori da un vero progetto di riforma del sistema giudiziario

ROMA – Il ddl Alfano sullo smaltimento dell’arretrato civile, anche se “condivisibile nella diagnosi e negli obiettivi”, si iscrive ancora una volta, “nel quadro degli interventi emergenziali e non in un progetto di riforma organico e strutturale del sistema giudiziario italiano”. E’ critico il parere della Sesta Commissione del Csm sul provvedimento governativo in materia di efficienza del sistema giustizia. Nel documento, che verrà discusso mercoledì 6 giugno dal plenum di Palazzo dei Marescialli, si punta l’indice contro l’irragionevole durata del processo. Una piaga che riguarda non solo il settore civile, ma anche quello penale, e per cui l’Italia è stata più volte richiamata dalla Corte di Strasburgo per la violazione del principio della ragionevole durata.

E’ opportuno per questo, riavviare “in via definitiva e per evidenti motivi di coordinamento sistematico – si legge nel documento in possesso di Romacapitale.net – l’iniziativa di modifica della legge n. 89 del 2001 che disciplina il procedimento di equa riparazione per la violazione della durata ragionevole del processo. Si tratta di una modifica troppe volte sollecitata, da ultimo nella relazione del Primo Presidente della Cassazione all’inaugurazione dell’anno giudiziario, ma mai perseguita con serietà”. La premessa fatta dai consiglieri di Palazzo dei Marescialli è che il legislatore, con il ddl in esame, interviene ancora una volta in pochi anni sul sistema processuale civile, con il dichiarato scopo di “incrementare la produttività del sistema giudiziario civile, per un verso, mediante l’adozione di rimedi processuali tendenti a una razionalizzazione delle risorse esistenti e, per altro verso, attraverso un apporto temporaneo di energie intellettuali esterne al sistema, che si affiancano a quelle del giudice nella gestione e nella decisione della controversia, senza però sostituirlo, ma fornendogli importanti strumenti per una più efficace organizzazione del lavoro”.

Ma, se è indubbio che il notevole carico di lavoro dei giudici civili e la conseguente dilatazione dei tempi di definizione dei giudizi impongano l’adozione di “misure idonee a ridurre la sempre più ampia distanza cronologica esistente tra il momento in cui la domanda di giustizia viene formulata e quello in cui a tale domanda è fornita adeguata risposta”, con questo ddl si propone l’introduzione di soluzioni organizzative e di rimedi processuali che “non appaiono in grado di incidere sulle cause strutturali della denunciata dilatazione”. Infatti, anche se “possono esprimersi valutazioni positive” sullo sforzo di ridurre il contenzioso civile pendente, “non può sfuggire che, ancora una volta, non risultano affrontate le due principali carenze strutturali del sistema, che costituiranno sempre un ostacolo insormontabile all’attuazione dei principi dettati dall’art. 111 della Costituzione. Vale a dire le endemiche vacanze degli organici del personale magistratuale (ad oggi pari a 1.280 unità) e la superata ed ormai inattuale geografia giudiziaria. In mancanza di tali interventi strutturali – si fa notare – non sembra possibile che i rimedi di volta in volta approntati dal legislatore possano rivelarsi risolutivi per il potenziamento della produttività del sistema giudiziario civile”.

Ma il problema non riguarda solo il civile, perchè anche il settore penale ha bisogno di una riorganizzazione. La Commissione infatti, riguardo all’articolo 1 del ddl (programmi per la gestione del contenzioso civile pendente), che introduce l’obbligo, a carico dei presidenti di tribunale o di corte di appello, della programmazione annuale per la gestione del contenzioso civile pendente, evidenzia come appaia “distonico” che tale programmazione non riguardi anche il settore penale, per il quale “si pone ugualmente la necessità di attuare il principio di ragionevole durata del processo”. Perchè l’individuazione delle risorse da destinare al settore civile “impone necessariamente la valutazione comparata delle esigenze organizzative del settore penale”, essendo i due ambiti “connessi come vasi comunicanti”.

Più utile all’efficienza del sistema è invece l’articolo 2 del ddl, che introduce l’espressa possibilità per i capi degli uffici giudiziari di stipulare apposite convenzioni, senza oneri a carico della finanza pubblica, con le facoltà universitarie di giurisprudenza, con le scuole di specializzazione per le professioni legali e con i consigli degli ordini degli avvocati, su richiesta dell’interessato. In questo modo, si legge nel parere, si fornisce in tempi rapidi un “apporto di nuove energie intellettuali esterne al sistema”, che non solo si auspica possa essere il viatico per la successiva previsione di una struttura tecnica posta in permanente assistenza al giudice stesso, ma possa favorire la realizzazione di concreti rapporti collaborativi utili a snellire l’esercizio della funzione giurisdizionale.

Ma una delle novità più “pregnanti” del ddl, scrive la Sesta Commissione, è l’introduzione dell’art. 281 decies del codice di procedura civile: con esso, il legislatore “persegue l’intento di abbreviare l’impegno temporale occorrente al giudice per la stesura della motivazione della sentenza, che è da molti indicato come una delle cause del patologico ritardo che affligge la giustizia civile italiana. L’eccessiva prolissità sembra, infatti, essere un antico e perdurante carattere delle sentenze estese dai giudici civili italiani”. Tuttavia è “indubbio che la previsione di decisioni più celeri – si fa notare – non può comportare meccanismi che eliminano o attenuino la fondamentale garanzia della motivazione o che la vedano subordinata alla richiesta di parte”, perchè la motivazione, in questo caso ‘breve’ è “l’unico strumento di controllo e verifica della correttezza della decisione. E’ quindi una scelta delicata quella, prevista dalla disposizione dell’art. 7 del ddl, di subordinare la redazione della motivazione ‘estesa’ ad un onere economico”. 

E ancora, il ddl prevede una nuova figura di magistrato onorario, quella del “giudice ausiliario”, a cui si assegna, sotto il controllo del capo dell’ufficio giudiziario, il compito specifico di “definire le cause già mature per la decisione”. La prima caratteristica che colpisce, secondo la Commissione, è la “notevole, forse eccessiva, sinteticità, rispetto alla normativa originaria istitutiva dei giudici onorari aggregati, che contava 16 articoli. Nel testo non viene nemmeno precisato l’ufficio presso il quale il giudice ausiliario andrà ad operare”, ma la previsione dell’art. 106, comma 2 della Costituzione, che limita la competenza dei magistrati onorari alle “funzioni attribuite a giudici singoli”, imporrebbe di “limitare ai soli tribunali ed alla sola materia monocratica il possibile intervento sostitutivo del giudice ausiliare”. Insomma, un campo d’azione davvero ristretto e quindi di dubbia efficacia, soprattutto se si guarda alla “totale assenza di una individuazione della tipologia delle controversie trattabili dal magistrato onorario”.

Il Csm ricorda infine che nei tribunali italiani risulta una pendenza, al 30 giugno 2010, di 3.476.109 procedimenti civili. “Ciò significa, ipotizzando una produttività di 100 sentenze all’anno per ciascun giudice ausiliario (tale sembra essere il numero di definizioni attese, considerato il tetto di 20mila euro lordi annui posto alle indennità percepite) e prescindendo dalla qualità delle decisioni – si fa notare – che la nuova categoria di magistrati ausiliari nei 4 anni di funzionamento (ipotizzando che vadano a regime, secondo una ottimistica previsione, dal 1 gennaio 2012, fino al 31 dicembre 2015, data fissata nel comma 7 della disposizione) è in grado di definire appena 240mila procedimenti (60.000 per ogni anno), pari a circa il 7% (per eccesso) dell’intero arretrato”. E ciò fa pensare fin da ora alla “necessità di leggi di proroga delle funzioni (come avvenuto per i giudici onorari aggregati) oppure alla necessità di un aumento consistente dei giudici ausiliari, con il ricorso ad altre figure professionali che non garantiscano lo stesso grado di esperienza ed affidabilità professionale”.

Insomma, tante ombre e poche luci nel ddl in esame, tanto che la Commissione fa propria la definizione dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura, che ha parlato esplicitamente di “rottamazione” nel processo civile dell’arretrato e di “meccanismi a cottimo, con una logica ragionieristica, a scapito proprio dei diritti di quei cittadini che attendono da anni una sentenza”.

(Valentina Marsella)

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