Con l’Ice scompare la promozione del made in Italy

Umberto_Vattani_sliderDiluite all’interno di strutture ministeriali le funzioni delle nostre imprese all’estero sono destinate a sparire

 

 

ROMA – “Per i prossimi due anni non si parlerà più di promozione delle imprese italiane all’estero”. A quattr’occhi i dirigenti dell’Istituto commercio estero appena soppresso dal decreto legge per la stabilizzazione sono molto più espliciti e diretti dei loro comunicati di protesta un po’ criptici e burocratici. L’obiettivo naturalmente è lo stesso – buttare nel cestino le condizioni dello smembramento  dell’Ente – ma mentre nelle dichiarazioni ufficiali si usa il fioretto e il guanto di velluto, in quelle private si menano fendenti di spada senza pietà.

Nero su bianco infatti si sostiene che con l’abrogazione dell’autonomia regolamentare e amministrativa dell’Ice “le nostre imprese non avranno all’estero una struttura operativa, fortemente decentrata, in grado di offrire servizi diretti di assistenza e promozione”. E le conseguenze  sono che con il passaggio al ministero dello Sviluppo economico non si avrà alcuna economia di scala, non si avranno interlocutori unici sui mercati stranieri, non si realizzerà l’auspicato coordinamento di tutte le strutture attive sul fronte dell’internazionalizzazione delle imprese.

La verità è ancora più cruda. L’Ice è sempre stata una struttura operativa che ha potuto agire a sostegno delle nostre industrie all’estero senza i lacci e i lacciuoli della condizione burocratica, anticipando di mezzo secolo il modello delle agenzie pubbliche oramai invalso. Che poi abbia operato bene in termini di efficacia del supporto, o anche meno bene o male, è un discorso che appartiene all’organo di controllo e di valutazione e nulla ha a che fare con la sua natura giuridica. Con lo smembramento invece tra ministero degli Esteri (Mae) e ministero dello Sviluppo economico (Mise) tutto questo si perde, con conseguenze negative a cascata sui costi, che non solo non diminuiranno, come era stato detto incautamente a caldo, ma con ogni probabilità aumenteranno (per esempio, gli stipendi dei dipendenti Ice nelle sedi estere saranno equiparati a quelli dei diplomatici, con sensibili aggravi) e sulle funzioni che in Italia, nel calderone del Mise, si disperderanno in mille rivoli contrattuali.

Invece dunque di mantenere in capo all’Ice, o a una nuova struttura organizzativa che coordinasse anche l’attività della Sace, della Simest e delle Camere estere di commercio, le stesse caratteristiche di funzionalità e snellezza operativa proprie di un’Agenzia, sono state “affogate” in contenitori brocratici privi di qualsiasi autonomia funzionale e amministrativa. In queste condizioni i dirigenti dell’Ice prevedono che “le imprese italiane non solo non avranno alcun vantaggio dal trasferimento di funzioni operative alla struttura centrale dello Stato, ma soprattutto le piccole e medie imprese all’estero non potranno più giovarsi di una struttura operativa” in grado di assisterle e promuovere i loro prodotti all’estero. Con buona pace dei piccoli industriali che solo poche settimane fa, riuniti a Bergamo, chiedevano espressamente la privatizzazione dell’Ice.

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