Sfogliando la margherita di Buonitalia SpA

prodotti_agroalimentari_sliderTre ministri in tre anni si disputano le spoglie della società. L’ammontare dei debiti rispetto ai crediti

ROMA – Nata con la missione di “realizzare progetti internazionali per promuovere i consumi di prodotti agroalimentari italiani nel mondo”, la vita di Buonitalia SpA si è subito rivelata tormentata. Posseduta al 70% dal ministero per le Politiche agricole (gli altri soci, col 10% ciascuno, sono l’Ice, l’Ismea e l’Unioncamere) si pensava tutt’al più all’ennesimo carrozzone che avrebbe impiegato un po’ di quattrini per organizzare qualche fiera o qualche degustazione in giro per il mondo.

Ma non si era tenuto conto che i ministri dell’agricoltura succedutisi in poco tempo in via XX Settembre si sarebbero scannati sulle spoglie di Buonitalia. Prima il leghista Zaia arriva nell’ottobre 2008, azzera i vertici e nomina alla presidenza il trevigiano Walter Brunello. Passano due anni, a Zaia succede il compagno di regione e di coalizione governativa (ma del Pdl) Giancarlo Galan, che rovescia nuovamente il tavolo e dichiara solennemente: «La proposta di chiudere Buonitalia deriva dalla necessità di evitare duplicazioni di funzioni: presso il ministero ci sono già una direzione generale e due divisioni che si occupano di promozione e valorizzazione dei prodotti agroalimentari italiani all’estero ». E per farsi alleati soprattutto al ministero dell’Economia gioca la carta vincente  dei  risparmi: «Buonitalia ha conosciuto negli ultimi anni  un bilancio complessivo di circa 90 milioni di euro e la sua chiusura comporterebbe, tra l’altro, un risparmio annuo di almeno un milione e mezzo di euro. A tanto ammontano le sole spese generali». Alle parole non solo non seguono i fatti, ma anzi sembra che a Galan interessi soprattutto la governance di Buonitalia, così che si affretta a sostituire il presidente Brunello con Rodrigo Cipriani Foresio, tuttora alla guida dell’azienda.

Con l’ultimo rimpasto c’è il nuovo passaggio di testimone tra Galan e Romano e le sorti di Buonitalia tornano in bilico. Le spinte per la sua liquidazione, dettate dalla disastrosa situazione finanziaria, sono sempre più insistenti, ma il ministro in carica non ha ancora finito di sfogliare la margherita. Nelle more tutto prosegue come se nulla fosse. Il presidente viene convocato in Senato il 22 giugno scorso per esporre la situazione e non può non riconoscere “la grave situazione finanziaria, non ascrivibile all’attuale gestione”. Ci sono infatti 11-12 milioni di euro di debiti (vedremo che in realtà sono molti di più, ndr) nei confronti di terzi, a fronte dei quali però vanta 13 milioni di euro di crediti nei confronti del ministero delle Politiche agricole, “come emerge da un parere pro veritate espresso da un legale su incarico della società”. Attualmente la società gestisce 103 progetti avviati – prosegue Cipriani Foresio – e si avvale di una struttura  costituita da 21 dipendenti. Per giustificare l’ingorgo di commesse, il presidente si affretta a precisare che d’ora in avanti “per l’attivazione di nuovi progetti ci sarà un accordo preventivo con le associazioni rappresentative delle categorie alle quali il progetto si riferisce, così come i contributi del Ministero saranno sempre e unicamente destinati al progetto per il quale sono stati previsti”.

L’audizione non risulta del tutto convincente se il sen. Andria del Pd chiede di “ chiarire se i progetti sono stati commissionati dal ministero delle Politiche agricole o se sono il frutto di iniziative arbitrarie poste in essere dai passati presidenti, anche ai fini della loro riconoscibilità da parte del ministero e della conseguente esigibilità dei relativi crediti”. Anche la sen. Pignedoli (Pd) chiede di precisare se sussistano duplicazioni e interferenze fra le funzioni spettanti a Buonitalia e quelle di altri organismi e prospetta l’esigenza di rimodulare l’assetto della società, consentendo una compartecipazione di soggetti privati.

Una settimana prima dell’audizione il presidente aveva presentato in Consiglio di Amministrazione il progetto di bilancio al 31 dicembre 2010, dal quale emergevano debiti complessivi per 29,7 milioni (di cui però 13,1 esigibili oltre l’esercizio successivo) e 18,1 milioni di crediti, con un aumento del 48% rispetto al 2009. Il conto economico presentava uno striminzito valore della produzione di 16 milioni, di cui ben 9,4 dovuti a variazioni di lavori in corso. Il saldo finale presentava un deficit di 303 mila euro, a fronte di un utile di 14 mila dell’anno prima.

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