15:38 | Sanità, morì dopo cesareo. Tre medici rinviati a giudizio

Tre rinvii a giudizio e un non luogo a procedere: è quanto ha stabilito oggi il gup del tribunale di Roma in relazione alla morte di Tiziana Tumminaro, la donna di 35 anni deceduta l’8 aprile dello scorso anno dopo aver dato alla luce due gemelli con un parto cesareo. A processo, che è stato fissato per il 13 marzo del prossimo anno davanti al giudice monocratico, andranno Carlo Natoli, ginecologo e capo dell’equipe che ha compiuto l’intervento di cesareo presso la clinica Villa Pia, Marina Salvi (aiuto chirurgo) e Stefania Cardoni (anestesista). I tre sono accusati di concorso in omicidio colposo. Il giudice per le udienze preliminari ha, invece, prosciolto dalle accuse Massimo Di Venanzio, il medico che è intervenuto d’urgenza con un secondo intervento. Il gup ha inoltre inviato gli atti al pm, su istanza del legale del Tribunale del Malato Stefano Maccioni, affinché accerti responsabilità della clinica alla luce dell’ispezione effettuata dal ministero della Salute.

Il decesso avvenne al San Camillo, dove la donna giunse in condizioni disperate per choc emorragico. Stando al capo di imputazione, Natoli avrebbe avviato la paziente al parto cesareo senza effettuare alcun monitoraggio e, quindi, trascurando le condizioni di una delle due placente e lo stato di anemia della donna già emerso nelle analisi fatte qualche giorno prima del ricovero. Non solo, oltre ad aver indirizzato la Tumminaro verso la clinica privata, priva di emoteca e inidonea a gestire un caso a rischio come questo, Natoli, assieme alla collega Salvi, avrebbe “improvvidamente proceduto a manovre di secondamento della placenta, procedendo tardivamente a una isterectomia”. Quanto all’anestesista Cardoni, per la procura non ha fatto una trasfusione preventiva né ha predisposto un’adeguata scorta di sangue così determinando di fatto un ritardo nella terapia trasfusionale conseguente alla letale emorragia della paziente. “Voglio solo che venga fatta giustizia” è quanto si è limitato a dire il marito della donna, Mario Rosati, difeso dall’avvocato Massimiliano Capuzi, sulla decisione del gup.

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