Il nuovo sistema di valutazione della produttività dei magistrati

toghe_sliderLa quarta Commissione del Csm ha portato a termine una ricerca sui tempi e sui carichi di lavoro dei magistrati

 

ROMA – Il 30% dei magistrati italiani, contro il luogo comune della scarsa laboriosità, lavora più dello standard minimo previsto. A sfatare quello che è sempre apparso come un triste tabù, tra le cause della crisi della giustizia italiana, il Consiglio superiore della Magistratura ha illustrato oggi ai Presidenti delle Corti d’Appello lo stato di attuazione del nuovo sistema di valutazione della produttività dei magistrati. Il lavoro di sperimentazione, coordinato dalla quarta commissione del Csm, in collaborazione con il ministero della Giustizia, è stato introdotto dal vicepresidente Michele Vietti e illustrato dal presidente della Commissione, il consigliere Giovanna Di Rosa.

Lo standard minimo, ha spiegato nella sua relazione il consigliere Di Rosa, ”è calcolato come risultato di un percorso complesso di valorizzazione dello specifico lavoro di ogni magistrato” in relazione alle ”condizioni organizzative dell’ufficio di riferimento”. La sperimentazione, partita a marzo e conclusasi il 30 giugno scorso, e’ stata condotta su un totale di 575 magistrati: 100 per il settore civile; 337 pubblici ministeri e 72 magistrati giudicanti. Per i giudici di sorveglianza, solo 15 i casi presi in esame. Risultato: il 30% lavora più del minimo previsto. Un dato, ha commentato Vietti, che ”sfata il luogo comune secondo cui i magistrati italiani non lavorano. Purtroppo spesso svolgono la loro attività in condizioni particolarmente difficili, dovute alla disorganizzazione degli uffici, che è frutto di una cattiva distribuzione sul territorio e della loro dimensione spesso non ottimale. E’ un tema antico e irrisolto – ha sottolineato – quello della necessità di rivedere la geografia giudiziaria”.

I nuovi standard valutativi dei magistrati si sono basati sul sistema definito del ‘clustering’ e cioe’ con l’individuazione, sulla base dei dati statistici acquisiti, di gruppi omogenei di magistrati, giudici e pm, per tipologia di uffici, materia trattata e carico di lavoro, nonchè individuazione di produttività media per ogni gruppo omogeneo riscontrato. “Si impone – ha detto ancora il vicepresidente del Csm Vietti – una lettura dei dati statistici nuova. E’ ormai acquisita la consapevolezza che il dato numerico deve essere interpretato nel contesto lavorativo in cui opera il magistrato. Dobbiamo ottenere che tutti gli uffici applichino gli stessi standard e centralizzino i loro esiti e infine, su questi dati, il Csm potrà fare il lavoro di valutazione”. Il vicepresidente del Csm ha poi aggiunto che i palazzi di giustizia “non sono templi per iniziati, ma sono il crocevia per lo sviluppo socio-economico del Paese”. E dunque,  anche qui “si compie la sfida della competitività del sistema. I tempi della giustizia non possono più essere una variabile indipendente nel sistema giudiziario”.

Del resto, anche il governatore della Banca d’Italia, ha evidenziato Vietti, “ha detto che la lentezza della giustizia civile costa in questo Paese un punto di Pil, e questa è una responsabilità per tutti quelli che operano nel sistema. Per questo il Csm ha lavorato e lavora assiduamente su questa materia, sia sugli standard di produttività dei magistrati che sui flussi di lavoro dei singoli uffici”.

(Valentina Marsella)

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