Discontinuità invocano tutte le parti sociali

Mussari_MarcegagliaIl documento collettivo firmato dal mondo del lavoro, ma non dalla Uil. Il richiamo di F.S. Nitti alla concretezza degli appelli

ROMA – Sono stati Giuseppe Mussari dell’Abi ed Emma Marcegaglia di Confindustria, di fronte al precipitare della situazione economica e finanziaria del Paese, a prendere l`iniziativa di chiamare a raccolta tutte le parti sociali per un forte appello al cambiamento. “Per evitare che la situazione italiana divenga insostenibile – si legge nel documento/manifesto sottoscritto da quasi tutte le organizzazioni rappresentative del mondo del lavoro – occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari con un immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori”.

A quel punto, dopo gli applausi unanimi di rito, si è aperta la corsa all’interpretazione autentica (o dietrologica) dell’iniziativa e molte delle piste hanno finito col puntare sul ministro dell’economia Giulio Tremonti. Osannato fino a ieri come il “salvatore della patria”, oggi è entrato nel mirino di un vasto schieramento politico-mediatico a causa delle malefatte del suo più stretto collaboratore e di una condotta personale che, se confermata dagli atti, getterebbe su di lui un irrimediabile discredito.

E’ lui dunque il fattore di “discontinuità” invocato all’unisono da industriali, commercianti, agricoltori e sindacati? Sembrerebbe di sì, tanto che si parla già di Bini Smaghi come suo possibile sostituto. Il caos di queste ore d’altronde sta raggiungendo vette vertiginose. Il presidente Berlusconi, che come si sa non ha nessuna simpatia per Tremonti, è “angosciato” per i possibili riflessi che un cambio in corsa alla guida dell’economia potrebbe determinare nei mercati internazionali. La speculazione è in agguato pronta a sfruttare la perdita di quel poco di prestigio che l’affidabilità personale di Tremonti assicurava al Paese. Le opposizioni cavalcano in ordine sparso la situazione reclamando un governo tecnico di transizione o puntando decisamente a nuove elezioni. Tutti gli alchimisti di casa nostra cercano affannosamente la pietra filosofale che riesca a conciliare l’equilibrio dei conti pubblici con la ripresa dello sviluppo economico.

“Si rende necessario – affermano i firmatari del documento – un patto per la crescita che coinvolga tutte le parti sociali, una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti ed una discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita del Paese in grado di assicurare la sostenibilità del debito e la creazione di nuova occupazione”. Non c`è più tempo da perdere, si sono detti i promotori dell’appello, bisogna fare immediatamente qualcosa. Il problema è che cosa. Un secolo fa un presidente del Consiglio liberale, Francesco Saverio Nitti, definiva “qualchecosisti” quelli che dicevano: “Bisogna fare qualcosa. Sì, ma che cosa? Boh”. Non vorremmo che, nell’ansia lodevole del fare, anche gli attuali sottoscrittori del patto finissero per assomigliare ai “qualchecosisti” di nittiana memoria.

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