Reggono i fondamentali dell’Eni, nonostante la Libia

EniPesante sottovalutazione del titolo azionario che continua a perdere valore. L’analisi della JpMorgan

ROMA – Non c’è verso di schiodare il titolo Eni dai bassifondi in cui naviga ormai da mesi. Dopo la flessione di venerdì, anche oggi la Borsa, dopo un’apertura in sostanziale pareggio, ha ripreso a scendere di un altro punto percentuale. Siamo ormai arrivati ad una sottovalutazione del titolo che sfiora il 45% del valore stimato da JpMorgan sulla base della cosidetta “somma delle sue parti”.

Nell’analisi della profonda depressione delle azioni Eni, la banca d’investimento americana mette senz’altro “il pantano libico in cui il gruppo di Paolo Scaroni si trova invischiato dallo scorso febbraio”, ma prima ancora riprende le accuse a suo tempo mosse all’assetto complessivo del gruppo, nonostante l’intervenuta cessione dei tre gasdotti internazionali. Riecchegiano cioè le analisi a suo tempo formulate dal fondo di gestione americano Knight Vinke, secondo cui l’Eni sconterebbe “una forte sottovalutazione delle quotazioni di Borsa e un handicap finanziario a causa della sua natura di conglomerata energetica, attiva sia nei settori a monte (upstream), della ricerca e della produzione di idrocarburi, sia nei settori a valle (downstream) connessi alla vendita, al trasporto, allo stoccaggio e alla distribuzione di gas naturale”.

Gira gira, la questione torna sempre alla cessione della Snam Rete Gas, a proposito della quale tuttavia, cadute le resistenze pregiudiziali della capogruppo, non c’è alcun bisogno di bruciare i tempi – dice Scaroni – “Stiamo lavorando su questo progetto e ci aspettiamo di arrivare nei prossimi mesi con qualche idea”. La tattica dilatoria dell’Eni su questo tasto irrita alcuni investitori (ma ne accontenta altri) e fa dire a JpMorgan: “Non ci attendiamo che i vertici dell’Eni procedano con una ristrutturazione a ritmo veloce. Una delle caratteristiche persistenti di ‘Big Oil’ infatti è l’essere lenta nell’accettare il cambiamento e l’Eni non fa eccezione”.

Nonostante però questa sorta di “obesità strutturale” che, secondo alcuni, contribuisce a deprimere i corsi azionari e nonostante le vicende libiche che hanno ridotto il livello di estrazione dai 280 mila barili di olio al giorno agli attuali 50 mila, i fondamentali del gruppo reggono abbastanza bene, pur col freno a mano tirato. Nei conti del secondo trimestre 2011 i ricavi rallentano a 24,6 miliardi di euro dai 28,8 dei primi tre mesi e l’utile operativo cala da 5,6 miliardi a 3,8.
Nel rapporto della Corte dei conti sulla gestione dell’Eni nel 2010 il giudizio era sostanzialmente positivo “La migliore performance – si legge nel documento dell’organo di controllo – è stata ottenuta nel settore Exploration & Production, per effetto anche dell’aumento del prezzo del petrolio e dell’andamento del cambio euro/dollaro. Difficoltà si sono invece riscontrate nel settore Gas & Power, nel quale si è avuto un eccesso di offerta sulla domanda, che, unito alla consistente concorrenza, ha determinato una forte diminuzione delle vendite in Italia. Migliorata è, invece, nel 2010, la situazione del settore Refining & Marketing (anche esso caratterizzato da eccesso di capacità a fronte di una domanda debole), nel quale Eni è riuscita a dimezzare la perdita operativa, analogamente a quanto registrato per la Polimeri, che ha ridotto la perdita netta del 75%”.

Sulla struttura organizzativa complessa – “che si rivela, comunque, adeguata a supportare l’operatività di Eni” – e di un articolato sistema di governance e di controllo interno, rinforzato proprio la settimana scorsa dalla costituzione di un comitato nomine, la Corte esprime un giudizio oggettivamente efficace e richiama il risultato molto significativo della “Special Rule” ottenuta dal Dipartimento di Stato Usa, sulla base della quale non saranno imposte alla Società sanzioni per investimenti già effettuati in Iran.
Tra i rischi operativi che potrebbe incontrare la Società, la Corte dei conti considera quelli connessi con la tutela dell’ambiente e della sicurezza, suscettibili di far aumentare i costi di gestione in ragione dell’adozione di più rigorose regole nazionali ed internazionali; gli effetti che conseguiranno dal recepimento della direttiva comunitaria che ha previsto l’adozione da parte di Snam Rete Gas, del modello I.T.O. (Indipendent Transmission Operator), la cosiddetta “separazione funzionale rafforzata”; le ricadute sul piano operativo, finanziario e patrimoniale derivanti dalla transazione “globale” in materia ambientale avviata negli anni decorsi, con il risanamento di nove importanti “siti di interesse nazionale” (Riolo, Napoli orientale, Brindisi, Pieve Vergonte, Cengio, Crotone, Mantova, Porto Torres e Gela).

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