Venti d’Oriente soffiano sulla moschea

moschea-SLIDERA colloquio con l’Imam al-Gobashi, a capo della comunità musulmana di Roma dal 2007

ROMA – E’ il terzo giorno di Ramadan a Roma. La moschea che sorge ai piedi di Monte Parioli è pulita e silenziosa. L’imam Ala’ al-Din Muhammad al-Ghobashi, di origine egiziana, ci accoglie nel suo studio insieme a un interprete, che tradurrà dall’arabo. Sulla scrivania libri impilati e giornali testimoniano l’elevato livello culturale del capo della comunità islamica capitolina, alla guida della moschea romana dal 2007. “Imam – ci raccontano – deriva dalla radice araba di un termine che significa ‘stare avanti’, quindi fare da guida. Per questo gli imam sono, prima di tutto, grandi studiosi e uomini di vasta cultura”.

Per ascoltare il suo discorso, ogni venerdì, qui arrivano duemila fedeli da tutta Roma. “Appena il 2% dei musulmani residenti in provincia, che sono circa 120 mila”, sottolinea l’ex ambasciatore e oggi membro del Consiglio di amministrazione della moschea, Mario Scialoja. “Il venerdì c’è poca gente: perché arrivare fin qui, soprattutto per chi lavora, può essere complicato. Ma nelle due feste di precetto, la prossima sarà la rottura del digiuno del Ramadan, la cifra sale anche a 20 mila e per pregare nella moschea si fanno i turni”.

La comunità musulmana di Roma, oltre che numericamente vasta e in crescita, è anche molto eterogenea. “Disunita – specifica Scialoja – Se in Francia predominano i maghrebini, in Germania ci sono tre milioni di turchi e in Gran Bretagna i musulmani sono soprattutto ex cittadini del Commonwealth, in Italia non c’è un gruppo dominante. Ma ciò comporta anche poco dialogo, una comunità frammentata”. Un fattore di tensione interno? “Non esattamente – ci tiene a sottolineare l’ex ambasciatore, smentendo le voci di uno scontro intestino tra la dirigenza marocchina e quella saudita – E’ vero che l’Arabia Saudita è tra i principali finanziatori della moschea e quindi tra i Paesi più potenti, ma il nostro Cda è composto da rappresentanti di tanti Stati per cui è difficile che uno solo prevalga”. “Del resto – chiosa – la comunità saudita in Italia non esiste”.

Sul fatto che il mondo islamico nel nostro Paese stia cambiando, invece, non ci sono dubbi. Come in altre religioni vacilla l’osservanza dei fedeli, anche se i dirigenti della moschea stanno lavorando a un’intesa con le istituzioni per il diritto di preghiera il venerdì. Ci sono, poi, tutti quelli che si avvicinano a Maometto abbandonando altri Credo: lo stesso Scialoja era cattolico, convertito all’Islam nel 1988 durante il suo mandato di ambasciatore presso le Nazioni Unite a New York. Ma il dato più interessante si ricava osservando la base dei fedeli: se fino a pochi anni fa la quasi totalità dei musulmani a Roma e provincia era costituita da arabi provenienti dal Maghreb, oggi tra Pakistani e Bengalesi siamo sulle 9 mila persone, contro 5 mila marocchini.

Che l’ago della bilancia si stia spostando verso Oriente? Difficile da dirsi. I tempi per i cambiamenti, quando si parla di culture millenarie e religioni, sono lunghi e poco prevedibili. Certo è che se la comunità islamica di Roma è nata intorno alla moschea di Monte Antenne, ai tempi sponsorizzata in tandem da Marocco e Arabia Saudita, l’aumento dei fedeli musulmani originari di altri Paesi del mondo determinerà la creazione di nuovi equilibri anche ai vertici della struttura. Vertici che, nel frattempo, stanno cercando di intensificare le occasioni di dialogo con il mondo istituzionale e sociale: si veda l’organizzazione, appena due mesi fa, della prima settimana della cultura islamica a Roma. Anzi, proprio quell’evento, concluso con la nascita del Comitato dei musulmani per il cambiamento che ha chiesto un’inversione di rotta nella gestione della moschea capitolina, ha dimostrato che qualcosa, sotto il cielo di Roma, sta già cambiando.

(Federica Ionta)

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