Il Fondo della Cdp a protezione delle nostre imprese

cdp-tempini-SLIDERCon un capitale di un miliardo il Fsi inizia la sua scalata di protettore delle imprese strategiche italiane

ROMA – Il Fondo strategico italiano, appena costituito dalla Cassa depositi e prestiti, servirà a sostenere le imprese di rilevante interesse nazionale, favorendone la crescita, migliorandone l’efficienza e aumentandone la competitività internazionale. La nuova SpA ha un capitale sociale iniziale di 1 miliardo di euro sottoscritto dalla Cdp e potrà arrivare a 7 miliardi (100 milioni sono già stati prenotati da Fintecna) aperto ad altri azionisti istituzionali (enti, fondazioni, banche, casse previdenziali, ecc.) con due condizioni: che la Cdp conservi sempre come minimo il 51% del Fondo e che sia riservata al suo consiglio di amministrazione una clausola di gradimento sui nuovi soci.

Il suo statuto inoltre prescrive che gli amministratori della Cassa Depositi Prestiti assumono la piena responsabilità degli investimenti che fanno, a prescindere da decreti o statuti, e non possono fare investimenti a rischio o di salvataggio.

L’iniziativa ha già incassato il giudizio positivo di Cristiana Coppola, vice presidente di Confindustria: «È importante che gli imprenditori abbiano piacere che ci sia un fondo strategico», ha commentato Gorno Tempini, presidente del nuovo Fondo (l’amministratore delegato è Maurizio Tamagnini, ex Merrill Lynch). Il fatto poi che per questo Fondo non sia stata scelta la formula della Sgr, che ha vincoli di durata breve nell’investimento, scongiura il pericolo del “mordi e fuggi” temuto dagli imprenditori nei confronti del mondo del private equity. La presenza della Cdp infatti assicura non soltanto un investimento di medio-lungo termine ma, sia pure con quote di minoranza azionaria, un eventuale coinvolgimento attivo nella governance delle aziende partecipate

La costruzione del nuovo strumento di intervento, ritagliato sostanzialmente sulla base del modello francese della Caisse de dépots et consignations, ha richiesto una modifica dello statuto della Cdp che non ha evitato del tutto che qualcuno storcesse il naso sulla natura giuridica e la mission istituzionale del Fondo. Dal momento cioè che la Cassa non è una banca e quindi non ha come scopo la tutela del risparmio, bensì l’utilizzo del risparmio per promuovere l’economia e la crescita attraverso il finanziamento delle imprese e delle infrastrutture, ci si domanda se non vi sia (o non possa nascere) “un problema di commistione tra l’interesse dei risparmiatori postali e le strategie industriali”.

Al di là tuttavia delle implicazioni giuridiche dell’iniziativa, il problema dell’operatività del Fondo in questo momento potrebbe essere un altro. Se infatti lo si contestualizza nell’attuale trend depressionario dei corsi borsistici delle nostre principali imprese industriali e finanziarie, lo scopo di evitare scalate ostili per il quale lo si era immaginato, nonché di rafforzare e sviluppare aziende sane, dovrebbe essere decisamente prevalente. Agli attuali livelli di Borsa infatti anche i nostri campioni nazionali si potrebbero portar via con un piatto di lenticchie.

Allora quand’è che scatta il segnale di intervento del Fondo? A chi spetta il compito di dare quel segnale? E se l’impresa/preda non volesse essere salvata dal Fondo ma preferisse cedere al cacciatore, in base a quale norma, o situazione di fatto, il Fondo sarebbe legittimato ad intervenire “d’ufficio”? Se l’attuale congiuntura finanziaria non dovesse cambiare si ha l’impressione più che fondata che il Fondo strategico italiano avrà parecchio da fare.

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