La tela di Penelope della manovra

berlusconi-tremonti-SLIDERProvvedimenti che vanno e che vengono, scioperi, minacce di dimissioni, ritorsioni paralizzano l’esecutivo

ROMA – Nel pieno della bagarre politica che infuria in queste ore non solo in Parlamento e mentre saltano anche le toppe messe su quarantottore fa ad Arcore, Fabrizio Galimberti ammonisce oggi sul quotidiano della Confindustria: “In Italia l’instabilità della maggioranza ha portato a manovre correttive confuse, inique e strattonate da mille cambiamenti. Ci si è preoccupati più del numeratore – il deficit – che del denominatore – il Pil – cioè la crescita”. E aggiunge che manca ancora è la giusta ricetta per coniugare il rientro del deficit pubblico con la crescita dell’economia.

Analisi del caos ineccepibile (ancorchè ovvia), ma individuazione delle cause decisamente sbagliata, o quanto meno insufficiente. Pensare infatti che l’attuale delirio strategico sia imputabile esclusivamente alle divergenze di opinioni tra Berlusconi e Bossi, o tra Tremonti e Crosetto, significa – ci perdoni Galimberti – non aver afferrato il nocciolo del problema. Non è solo un governo traballante che non sa dove mettere le mani e si rimangia il giorno dopo quello che ha deciso (e definito “più equo e sostenibile”) il giorno prima. E’ tutto il mondo che si trova più o meno nelle stesse condizioni e appronta rimedi l’uno diverso dall’altro. Negli Usa, sull’orlo del default, si punta sull’aumento del deficit pubblico e sull’abbondanza di liquidità per le imprese e le famiglie. In Europa, al contrario, sotto la spinta della dottrina Merkel, l’obiettivo esclusivo è l’equilibrio dei conti pubblici, da perseguire ad ogni costo con politiche di austerità, anche a rischio di recessione.

Fa presto allora il direttore del Fondo monetario Christine Lagarde ad invocare la favoletta ottocentesca di “Goldilocks”, la bambina dai riccioli d’oro che di fronte a tre piatti di minestra scarta il primo perchè troppo freddo, il secondo perchè troppo caldo e mangia infine il terzo in quanto nè troppo freddo nè troppo caldo. “Nella presente crisi – afferma apoditticamente Galimberti – la sfida è appunto quella di adottare politiche che non siano ‘né troppo calde né troppo fredde’”.

Bene, bravo, ma tra il dire e il fare, si sa, c’è di mezzo l’infinito. Quest’estate siamo stati bombardati dai più illustri economisti del mondo, premi Nobel, accademici, saggisti, banchieri, e ognuno ci ha dato la sua ricetta (naturalmente infallibile) per tenere i conti in ordine e contemporaneamente rimettere in moto il volano ingrippato dello sviluppo. Eppure sembra di essere ancora in piena utopia, come direbbe Tommaso Moro.

Certo, gli italiani ci mettono poi del loro, senza invocare neppure il pudore della sperimentazione. Nel giro di 15 giorni il governo ha messo in piedi una manovra che, pur non promettendo lacrime e sangue, andava giù dura con i tagli agli enti locali, la soppressione di piccoli provincie e comuni e un contributo di solidarietà per i più abbienti. Il premier non ha fatto in tempo a pavoneggiarsi per il plauso della Bce che gli si è scatenato addosso l’inferno di critiche e insurrezioni da parte della sua stessa maggioranza, dell’opposizione, dei sindacati, degli imprenditori. Torna allora precipitosamente in Consiglio dei ministri e stravolgi il pacchetto di misure togliendo tutte quelle più incisive e rimettendo praticamente l’invarianza del saldo (?) alla solita lotta all’evasione fiscale e a un ritocchino alle pensioni di anzianità. Niente da fare neppure questa volta. Si torna domani in Cdm per chiedere scusa a dipendenti pubblici e pensionati.

Ma il giochino delle tre carte si avvia ormai alla fine e sta per arrivare il commissario dell’Italia il quale dirà che non ci sono più le garanzie per comprare i nostri titoli di Stato. A quel punto non ci rimarrà che ripiegare sullo scarico reciproco di responsabilità, un esercizio in cui siamo da secoli abilissimi.

Potrebbero interessarti anche