Tbc: “Test al personale solo dopo i sintomi”

ospedale-agemelli-SLIDERParla il Prof. Costantino Romagnoli, responsabile della divisione di Neonatologia del Gemelli

 

ROMA – «Dobbiamo proteggere la popolazione dal contagio reale e non dall’ipotesi di contagio». Secondo Costantino Romagnoli, responsabile della divisione di Neonatologia del Gemelli, il caso dei 79 bambini contagiati dal virus della tubercolosi al policlinico Agostino Gemelli è una «situazione critica» che però non deve generare allarmismi. «La tubercolosi è una malattia subdola e difficile da individuare. Per questo il personale non può essere testato ‘a tappeto’, ma solo su comparsa dei primi sintomi».

Professore, questo significa che medici e infermieri non sono sottoposti a controlli periodici sistematici?

«I controlli ci sono, ma le analisi vengono fatte solo su indicazione clinica, cioè dopo la manifestazione dei primi sintomi che sono febbre, tosse, stanchezza cronica. In parte dipende dall’atipicità della malattia tubercolare, che si può sviluppare con una certa lentezza e con segnali subdoli. Se non viene sospettata dal paziente o dal medico che la cura, non è facile da individuare e finché non si manifesta non può essere diagnosticata. Per questo il personale medico viene sottoposto alle analisi solo dopo la comparsa dei primi segnali».

Cioè quando è troppo tardi?

«Ma è impossibile fare diversamente. La diagnosi si fa isolando il bacillo tubercolare dalla saliva del paziente. Se quest’ultimo non ha sviluppato la malattia, il virus non si vede».

E ora cosa state facendo?

«Se avessimo fatto riferimento alle linee guida internazionali, riprese dal ministero della Salute, avremmo dovuto sottoporre a profilassi tutti i neonati venuti a contatto stretto con l’infermiera. Per “stretto” si intende un contatto continuativo per almeno otto ore, una condizione che non si verifica mai in un reparto di neonatologia. Ma questo era impensabile e quindi abbiamo cominciato con il test al quantiferon, più sensibile del test cutaneo per evidenziare il dosaggio tubercolare. I bambini contagiati, finora il 7,9% di quelli analizzati, sono stati sottoposti a test cutaneo e raggi e di questi nessuno è risultato malato».

Professore, ci spieghi questo che vuol dire?

«I neonati in cui è presente un certo dosaggio di quantiferon sono stati sicuramente contagiati. Se però i raggi al torace sono negativi vuol dire che gli stessi bambini non sono malati, o meglio non hanno ancora sviluppato la malattia».

Ancora?

«Sì. Statisticamente su 100 casi di contatto con un malato di Tbc, 50 guariscono da soli, 40 sviluppano una malattia tubercolare latente e 10 si ammalano. Stando a questi numeri si dovrebbe trattare solo la metà dei bambini positivi, cioè di quei 79 casi, perché l’altra metà guarirebbe da sola. Noi invece abbiamo deciso di fare la profilassi a tutti, per essere più sicuri».

In cosa consiste la profilassi?

«Nella somministrazione per sei mesi di un farmaco a base di isoniazide., Anche se in medicina il 100% non esiste, questa cura garantisce che la persona venuta a contatto col malato tubercolare non si ammalerà. Inoltre sappiamo che questo ceppo di Tbc è sensibile all’isoniazide perché è stato isolato dall’infermiera ricoverata, quindi abbiamo più del 99,9% di possibilità di evitare ai bambini la malattia».

Non ci sono controindicazioni per questo farmaco?

«Non in via definitiva. Ci può essere qualche ripercussione sulla funzionalità epatica che va monitorata durante la profilassi. Per i bambini si fa un prelievo sistematico di sangue».

E per quanto riguarda i costi?

«La profilassi è gratuita per i pazienti. Per quanto riguarda la sanità pubblica, l’isoniazide ha un costo molto contenuto, un ciclo di sei mesi di trattamento costa meno di 20 euro. I costi maggiori sono per la gestione di tutta l’unità di crisi: noi abbiamo due medici, quattro specializzandi e cinque infermieri a disposizione, dodici ore al giorno».

L’infermiera è stata ricoverata a fine luglio. Come mai le analisi vengono effettuate sui bambini nati da gennaio?

«Per legge avremmo dovuto testare solo i bambini nati nelle 12 settimane precedenti i sospetti sulla salute dell’infermiera, esplosi in modo evidente dopo le lastre intorno al 25 luglio. Noi siamo voluti partire più indietro nel tempo perché un bambino nato al Gemelli nel mese di marzo era stato ricoverato al Bambin Gesù per Tbc. Infine siamo arrivati a gennaio perché, stando a quanto riferiscono i medici che hanno in cura l’infermiera, sta venendo fuori che i sintomi da lei riferiti sarebbero comparsi dopo la prima settimana di aprile. Andando indietro 12 settimane dal mese di aprile, ecco che siamo a gennaio».

Vuol dire che ci sono possibilità che l’infermiera fosse malata da aprile e che abbia continuato a lavorare?

«L’infermiera è stata male a fine luglio e ha fatto subito i raggi, che hanno evidenziato la patologia. Tuttavia dall’anamnesi sembra che alcuni sintomi, in modo molto sfumato, potrebbero essere comparsi un po’ di tempo prima. Sicuramente si può escludere che se la donna avesse avuto il sospetto di essere malata avrebbe continuato a lavorare. Non solo per la salute dei pazienti, ma anche per la sua».

Un ragionamento logico, ma forse difficile da far accettare ai genitori dei neonati contagiati.

«Dei 500 bambini visitati al Gemelli, la maggior parte delle persone è giustamente preoccupata. Poi c’è un 10% che vorrebbe spaccare il mondo e anche una buona percentuale di persone convinte che questa sia l’ennesima bufala. C’è addirittura chi mi ha chiesto se il bambino potesse iniziare la profilassi una settimana in ritardo perché dovevano partire per le ferie. Ecco, a queste persone noi cerchiamo di trasmettere un po’ più di consapevolezza».

Qual è la giusta misura?

«La giusta preoccupazione è che vengano in ospedale e che in caso di contagio accertato siano informati che la terapia è efficace e non tossica, perché non si tratta di un farmaco sperimentale. E soprattutto sappiano che in ogni caso il bambino guarirà».

Intanto, però, alcuni già parlano di class action.

«Ciascuno naturalmente ha il diritto di fare ciò che vuole. Noi dobbiamo solo occuparci della salute dei bambini e fare ciò che è meglio e necessario per loro».

Qualcuno se la prende anche con la Regione. Come è stata gestita da loro l’emergenza?

«La Polverini ci ha affiancato altri due ospedali, il San Camillo e il Bambin Gesù, affinché lo screening fosse completato prima dell’apertura delle scuole. E’ stato un lavoro straordinario: in 14 giorni, compresi i festivi, abbiamo richiamato l’82% delle persone, cioè 1060 bambini. E’ stato uno sforzo immane, di cui sono orgoglioso».

(Federica Ionta)

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