Q&A con Sir Alex Ferguson

alex-fergusonIl mitico allenatore e manager del Manchester United premiato a Roma. Il giudizio sul calcio italiano di ieri e di oggi. Un approccio affatto particolare con l’intero team sportivo

“Per vincere bisogna far sentire tutti, dal calciatore più forte al magazziniere, parte di un progetto vincente”. E’ questa la ricetta del successo di Sir Alex Ferguson: manager, allenatore e soprattutto idolo del calcio mondiale, a Roma per ritirare il premio “Etica nello sport”. In un incontro all’Università Luiss il tecnico scozzese ha parlato del suo doppio ruolo di mister e dirigente sportivo, alla guida del Manchester United dal 1986.

D – Cosa è successo al calcio italiano?

R – Il calcio è fatto di cicli. Il Milan di Sacchi e quello di Capello, la Juve di Lippi erano squadre eccezionali. Negli ultimi sei o sette anni il ciclo si è spostato verso altri Paesi come la Spagna e l’Inghilterra. Ma il tempo cambia le cose e in futuro penso che altri Paesi come gli Stati Uniti avranno un ruolo importante e grandi campioni giocheranno nei loro campionati. Ma è inevitabile che l’Italia del calcio tornerà anch’essa grande sia per le sue consolidate tradizioni che per l’amore del popolo italiano per questo sport.

D – Sì, ma al di là delle previsioni fatalistiche, quali sono, secondo lei, le cause della crisi del nostro calcio?

R – Come sempre quando si parla di cicli storici, le cause che li determinano sono molteplici. Nel caso italiano, per esempio, c’è una grande sproporzione fra i costi e i ricavi dei club, e questo determina una insufficiente politica di sviluppo. Il fatto poi che le squadre italiane non abbiano un proprio stadio e che alcune strutture tengano il pubblico a grande distanza dal rettangolo di gioco ha un impatto sulla disaffezione dei tifosi e quindi sulla crisi che sta attraversando il calcio italiano. C’è poi il merchandising, l’occupazione di spazi da parte delle televisioni, ecc.

D – Quanto incidono in questa sproporzione gli stipendi milionari dei calciatori?

R – Il calcio è senz’altro fonte di ricchezza e la ricchezza può essere usata in molti modi. Credo che gli stipendi alti siano meritati per le star che attirano i fan allo stadio. La campagna per il fair play finanziario di Platini è una fantastica sfida lanciata da una grande personalità e sono curioso di conoscere e scoprire come potrà essere regolato.

D – Lei vuol dire quindi che i superingaggi non conosceranno crisi.

R – Non credo. Il calcio è uno sport emozionale che quindi si muove su un pianeta a sé, staccato dal resto. Inoltre, dal punto di vista economico, non si può sottovalutare il crescente interesse di Paesi come la Russia o alcuni stati dell’Arabia, ricchi e pronti a grandi investimenti. Infine la televisione e i diritti televisivi incidono tanto: dopo l’ingresso di Sky nella Premiere League tutti i calciatori migliori sono arrivati nel nostro campionato.

D – Torniamo alla sua carriera. In passato ha vinto tantissimo, anche quest’anno è stato eletto migliore allenatore della Premier League per la decima volta. Come si crea un gruppo vincente?

R – E’ un lavoro impegnativo e stancante. Io mi sveglio alle 6:30 del mattino, alle 7 sono già sul campo fino alle 4 di pomeriggio. Solo col duro lavoro si ottengono buoni risultati. Questo vale per l’allenatore, ma anche per i calciatori: lavoriamo tutti sodo e di conseguenza ogni giocatore dà coraggio e motivazione ai compagni. L’etica del lavoro è molto importante per trasmettere alla squadra l’energia necessaria per vincere.

D – Lei è famoso, oltre che per gli obiettivi conseguiti, anche per alcune abitudini, come quella di mangiare insieme alla squadra.

R – Bisogna favorire i momenti di condivisione. Mangiare insieme, giocatori e staff, grandi campioni e giovani calciatori, aiuta in questa direzione. Senza dimenticare che la persona più importante deve essere l’allenatore, è bene far sentire tutti parte di un progetto vincente.

D – Quindi lei non ha tra i giocatori dello United un “preferito”, nemmeno tra i grandi campioni?

R – Spero di avere un rapporto speciale con tutti. L’interazione con i calciatori e la fiducia si costruiscono col tempo. Nella squadra è importante avere i grandi campioni, perché sono quelli che non solo assicurano le maggiori probabilità di vittoria, ma trasmettono ai giovani tecnica e professionalità. Io cerco sempre di far capire a ognuno quanto è importante per il gruppo.

D – Qual è la sua filosofia riguardo ai giovani?

R – La prima squadra deve portare il risultato a casa, è lo zoccolo duro. Ma bisogna investire sui nuovi talenti perché è una spesa che nella maggior parte dei casi ripaga. A Manchester abbiamo una forte attenzione nei confronti del settore giovanile, al contrario dell’Italia. Oggi, 90 calciatori che giocano nel campionato inglese provengono dall’Academy (il più alto livello del campionato giovanile inglese, ndr). E a loro io dico: non sprecate il vostro talento, altrimenti perderete grandi occasioni.

D – Lei è un caso unico di manager e allenatore, ruolo che non esiste nel nostro calcio.

R – Nella cultura italiana la parte sportiva è separata da quella economica e gestionale: allenatori e manager sono due figure distinte. In Inghilterra invece è meno insolito che il tecnico si occupi anche di negoziare i contratti

D – Ha sempre sognato questo lavoro?

R – A 23 anni sono diventato giocatore professionista, mentre la prima occasione da allenatore si è presentata dieci anni dopo, con l’East Stirlingshire. Era un lavoro part-time eppure non nascondo che avessi una certa paura. Mi chiedevo: avrò successo? Ai giovani dico che il tempo cambia le cose, che la realtà si evolve. Bisogna investire sui propri sogni senza smettere mai di imparare. E usare bene l’energia che si ha dentro.

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