Slot machine, nuove convenzioni a rischio

slot_machineBplus, leader nel settore, ha impugnato il decreto dei Monopoli di Stato davanti al Tar perché troppo oneroso

ROMA – Si allontana ancora la firma delle convenzioni per la gestione dei giochi pubblici, in particolare delle slot machine. Secondo quanto apprende Agipronews, Bplus – la società di diritto inglese leader nel settore degli apparecchi da intrattenimento con circa 80mila macchine – ha impugnato davanti al Tar Lazio il decreto interdirigenziale firmato dal direttore dei Monopoli di Stato, Raffaele Ferrara, e dal Ragioniere Generale dello Stato, Mario Canzio, che stabilisce i nuovi requisiti sul livello di indebitamento e fissa oneri quali la presentazione ad Aams di report sui bilanci degli operatori di gioco ogni tre mesi.

Il provvedimento, che contiene i nuovi requisiti da rispettare per evitare revoche e sanzioni ed è stato firmato lo scorso 28 giugno, viene considerato troppo oneroso dai concessionari, che hanno fin qui rifiutato di firmare l’atto integrativo proposto dai Monopoli di Stato, con cui sono ancora in corso faticose trattative. Il problema è avvertito da tutti gli operatori del settore giochi e in particolar modo dai concessionari della rete New Slot, che rappresenta oltre la metà della raccolta del gioco pubblico in Italia: l’anno scorso 32 miliardi sui 61 complessivi sono passati dalle ‘macchinette’, il 52% del totale fra slot e Videolotteries, le nuove macchine con jackpot da 500 mila euro.

Proprio per mettere su la nuova rete di apparecchi di ultima generazione, riferiscono ad Agipronews fonti dei concessionari, le società di gestione hanno dovuto esporsi in maniera consistente per far fronte al pagamento delle autorizzazioni: 15 mila euro per ognuna delle circa 57 mila macchine, un ‘tesoretto’ da 850 milioni già versati nelle casse statali. E adesso quell’indebitamento, necessario a far partire la nuova rete (l’ultimo aggiornamento è di circa 27 mila Vlt già installate), rischia di ritorcersi contro gli operatori, che sono tenuti – secondo il decreto ora impugnato davanti al Tar Lazio – a non ‘sforare’ i livelli previsti dal ministero dell’Economia.

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