Che la medicina per la ripresa sia sbagliata?

crisi-piazzaaffari-SLIDERSotto la punta dell’iceberg ci sono forse i risparmiatori in fuga dalla Borsa, dalle banche e dai titoli ad alto rischio

ROMA – Ormai l’emorragia non si ferma più. Ogni giorno il resoconto di Borsa assomiglia ad un bollettino di guerra, per il quale si individuano quotidianamente nuove motivazioni: oggi sono i dati sull’occupazione Usa, domani saranno le dimissioni di un membro del board della Bce, domani ancora il prossimo default della Grecia. Ormai anche i più prudenti osservatori non credono più alla storiella della speculazione, ma cominciano a pensare seriamente che sotto la punta dell’iceberg ci sia ormai il popolo dei risparmiatori che, atterrito dalla recessione, scappa in massa dalla Borsa, dalle banche, dai titoli ad alto rischio, per cercare riparo nei tradizionali beni rifugio, come l’oro o il mattone.

D’altronde bisogna riconoscere che tutto congiura contro il piccolo investitore: i media disegnano ogni giorno scenari economici apocalittici; i governi balbettano senza sapere sostanzialmente che pesci prendere e la Banca centrale europea, insaziabile, ha ricominciato a chiedere nuove misure di contenimento della spesa pubblica, mentre le economie flettono e la disoccupazione aumenta.

Su questo sfondo, mentre non si è ancora fermato il carosello della grande manovra di Ferragosto (domani la Camera la dovrebbe approvare in via definitiva) già qualcuno comincia a domandarsi se la politica dei tagli e del rigore sia l’unica medicina da somministrare al malato. Dopo che il presidente Napolitano ha chiesto con il solito vigore che occorre “mettere all’ordine del giorno i temi della crescita che si pongono in modo stringente per non dire drammatico”, economisti, sindacati, imprenditori, hanno tirato fuori dai rispettivi cassetti le ricette per rimettere in moto il volano dello sviluppo. Naturalmente ognuno ha la sua, ma finora non si andati al di là dei soliti investimenti in opere pubbliche, dell’alleggerimento del cuneo fiscale per aziende e lavoratori, della riforma del mercato del lavoro. Tutte proposte trite e ritrite di cui, se va bene, solo la prima ha qualche probabilità di essere realizzata in tempi medio-lunghi.

Ben diversi, per esempio, sono i contenuti dell’American Jobs Act firmato l’altro giorno da Obama. Lì si parla di un piano di incentivazione di quasi 450 miliardi di dollari, equamente suddivisi tra maggiori risorse alle famiglie, investimenti nelle infrastrutture, programmi diretti di reinserimento al lavoro e minori tasse per la crescita e l’occupazione nelle Pmi.

Il problema comunque non è quello di quali stimoli inserire nel sistema perché questo ricominci a crescere, ma di scegliere una strategia organica per la ripresa e su questa marciare senza esitazioni. Sono inquietanti le parole pronunciate l’altro giorno dal Premio Nobel Paul Krugman: “Nessun economista impostante ci ha detto che questa ossessione per il deficit a breve termine era un terribile errore e che l’austerità avrebbe minato qualsiasi speranza di ripresa”. E il Washington Post gli fa eco domandandosi: “Dopo oltre un anno di drastici tagli dei bilanci pubblici da parte dei governi europei, il rallentamento dell’economia in tutto il continente sta mettendo le autorità, da Madrid a Francoforte, di fronte ad una domanda scomoda: non è che hanno affrontato il problema sbagliato?”. Sarebbe estremamente interessante sapere che ne pensa il nostro ministro dell’Economia.

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