Dal Csm un nuovo codice disciplinare per i giudici di Pace

Csm_al_lavoroIl plenum approva nuove norme per la categoria. A Palazzo dei Marescialli aperta istruttoria sul caso Ciancimino

 

ROMA – Un nuovo codice disciplinare per i giudici di Pace è stato approvato dal plenum del Csm. Non solo gli stessi doveri ma anche gli stessi valori che devono muovere l’azione della magistratura ordinaria. La decisione è stata unanime, per un codice che rivede il ruolo di questa categoria. Un ruolo che, si fa notare nella delibera, viene ridimensionato in base alla crescita della magistratura onoraria “nel sistema della amministrazione della giustizia”. Il codice disciplinare, elaborato dall’Ottava Commissione di Palazzo dei Marescialli e presentato dal relatore Bartolomeo Romano, nasce dall’esigenza, spiega la delibera, di “stabilire un elenco di criteri uniformi” che si applicano in concreto all’attività di questi giudici onorari. Già la norma vigente recita tra l’altro che “i giudici di pace sono soggetti ai doveri previsti per i magistrati ordinari, come stabilisce l’art. 10 della legge n.374 del 1991: tra questi va annoverato il dovere di svolgere le funzioni in posizione di assoluta indipendenza e autonomia, nel rispetto della imparzialità e del ruolo di terzietà richiesto dalla funzione giurisdizionale”. 

A questo principio, il codice aggiunge: i giudici di pace devono “esercitare le funzioni loro attribuite con imparzialità, diligenza, laboriosità, correttezza, riserbo ed equilibrio, rispettando la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni” e “anche fuori dall’esercizio delle proprie funzioni devono evitare ogni comportamento che comprometta la credibilità, il prestigio e il decoro personale o il prestigio dell’istituzione giudiziaria”. “Attraverso questa nuova disciplina si tenta una maggiore valorizzazione della professionalità del giudice di pace – ha commentato il consigliere e correlatore Paolo Auriemma – perché togati e giudici di pace siano mossi dagli stessi principi e valori nel loro lavoro”.

Il plenum del Csm ha inoltre disposto, in merito all’inchiesta ‘G8’ sui presunti illeciti nella gestione degli appalti dei grandi eventi, la possibilità che il neo procuratore capo di Forlì, Sergio Sottani, possa partecipare alle udienze preliminari del processo. Sarà dunque Sottani, già sostituto procuratore a Perugia e lì titolare dell’inchiesta sugli appalti dei grandi eventi, poi dall’8 agosto scorso nominato procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Forlì, a svolgere le funzioni di pm nelle udienze preliminari, previste nei prossimi giorni nella città umbra. Il plenum ha approvato la richiesta, avanzata dal Procuratore generale della Repubblica della Corte di Appello di Perugia, di applicazione extra-distrettuale alla Procura della Repubblica del tribunale di Perugia di Sottani. Richiesta approvata a maggioranza con un astenuto, il consigliere Angelo Antonio Racanelli. Le udienze preliminari si terranno il 19, 20, 21 e 24 settembre prossimo per continuità con le indagini.

Novità anche sulla questione del ricorso al Tar per la vicenda dei procuratori aggiunti di Catania: è stata infatti confermata dal Consiglio di Stato la decisione con la quale nel 2010 il Tar del Lazio aveva accolto il ricorso del sostituto procuratore generale della città siciliana, Roberto Campisi, contro la nomina alla Procura della Repubblica etnea come ”aggiunti” di Marisa Scavo e Michelangelo Patanè. Quest’ultimo da alcuni mesi riveste, in qualità di vicario, la carica di reggente della Procura catanese dopo che alla fine di febbraio scorso il titolare era andato in pensione per raggiunti limiti di età. Il provvedimento del Consiglio di Stato, depositato in cancelleria due giorni fa, produrrà i suoi effetti – tra i quali la decadenza dal ruolo di ”aggiunto” di Scavo e Patanè – dal momento in cui sarà notificato agli interessati. Il Tar del Lazio aveva accolto lo scorso anno il ricorso di Campisi contro la delibera con la quale nel marzo del 2009 il Csm aveva nominato Patanè e Scavo procuratori aggiunti.

Avviata inoltre una nuova pratica sul caso Ciancimino: il Comitato di presidenza del Consiglio superiore della magistratura ha dato mandato alla Prima Commissione di aprire un’istruttoria sulla vicenda relativa a un’intercettazione di una conversazione di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco di Palermo, Vito, nel corso della quale asseriva che alla Procura di Palermo poteva fare quello che voleva screditando il procuratore aggiunto Antonio Ingroia. ”Negli uffici della Procura di Palermo io faccio quel che minchia voglio” dice Ciancimino, poi arrestato nell’aprile scorso per calunnia aggravata in due colloqui datati 16 novembre e 1 dicembre 2010. È il suo interlocutore, il commercialista Girolamo Strangi, a essere intercettato perché indagato dalla procura di Reggio Calabria. Ed è a lui che il figlio di don Vito spiega di avere quasi libero accesso agli uffici della procura di Palermo e di aver armeggiato al computer del procuratore aggiunto Ingroia, in assenza del magistrato, accedendo a informazioni riservate. La stessa Prima commissione aveva chiesto l’apertura della pratica al Comitato di presidenza. Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, la settimana scorsa aveva assicurato che il Comitato di presidenza si sarebbe occupato ”con tempestività” della vicenda. Un’assicurazione arrivata dopo l’aspra polemica sollevata dal Pdl che, nel definire la vicenda ”inquietante”, ha sollecitato non solo l’intervento di Palazzo dei Marescialli ma anche del ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma.
Il Guardasigilli sarà al Csm il prossimo 3 ottobre: presenzierà infatti a una seduta straordinaria del plenum, dopo l’invito di Vietti, per un primo confronto sulle principali problematiche del sistema giudiziario.

(Valentina Marsella)

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