Disabili, Italia in ritardo sul contrassegno europeo

pass-ue-disabiliDobbiamo adeguarci dal 1998. Il nostro pass non è valido nell’Ue. Disabili italiani senza agevolazioni

ROMA – Italia fanalino di coda in Europa per le tutele ai diversamente abili. A tredici anni dalla raccomandazione del Consiglio europeo sul contrassegno unico per le automobili di persone con disabilità, il Bel Paese non si è ancora adeguato.

La raccomandazione è stata firmata nel 1998 con l’obiettivo di creare un pass che consentisse di individuare in tutta Europa i veicoli al servizio degli utenti disabili, garantendo così una serie di agevolazioni a cominciare dai parcheggi riservati. L’Italia, però, non ha mai recepito l’atto e ad oggi i disabili italiani in viaggio nell’Ue non possono lasciare l’auto nelle strisce dedicate, pena la multa, né entrare nelle zone a traffico limitato.

Per dodici anni l’Italia ha giustificato questo ritardo con una norma sulla privacy: il contrassegno europeo, di colore celeste , con la scritta “disabile” e il simbolo della sedia a rotelle, era considerato in conflitto con la 196/2003 che vieta l’ostentazione di simboli e diciture su dati sensibili.

Il progetto del contrassegno europeo è rimasto fermo fino all’ultima riforma del codice della strada, nel luglio 2010. La nuova normativa ha finalmente risolto la contraddizione tra la necessità di riconoscere l’auto al servizio di persone con disabilità e la tutela delle informazioni sensibili, prevedendo la possibilità di mostrare dati indispensabili a individuare l’autorizzazione ed escludendo riferimenti precisi alla persona fisica interessata.

Nonostante ciò, la raccomandazione 376 del 1998 è ancora lettera morta. Il ministro Matteoli, interrogato sulla questione, ha risposto che “la predisposizione di atti normativi necessari per attuare tale intento” è in corso, ma si tratta di un “provvedimento di ampia portata”. Qualcosa, cioè, che a 14 mesi dalla rimozione dell’intoppo burocratico trova ancora inspiegabili ostacoli alla sua realizzazione. Come se non bastassero le lungaggini del processo normativo, il ministro ha  ricordato: “l’iter approvativo prevede, comunque, l’acquisizione del parere del Consiglio di Stato”.

(Federica Ionta)

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