Dividendo digitale, 500 mln che fanno gola a Mise e Mef

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Tensione tra Tremonti e Romani per mettere le mani sul ricavato della vendita delle frequenze

 

ROMA – Ancora tensione tra Finanze e Sviluppo economico per il “tesoretto” ricavato dalla vendita delle frequenze digitali. Al centro del contendere c’è l’eccedenza di circa un miliardo di euro incassata dallo Stato al termine dell’asta cui hanno partecipato Telecom Italia, Vodafone, Wind e H3G. Inizialmente, infatti, si era deciso che eventuali introiti superiori ai 2,4 miliardi già iscritti nella Finanziaria sarebbero andati al settore delle telecomunicazioni. La chiusura della gara a 3,36 miliardi, con un eccedenza di 1,06 miliardi di euro, ha quindi aperto la diatriba tra Mef e Mise.

Giulio Tremonti vorrebbe destinare il tesoretto alle casse dello Stato, per ridurre il rapporto deficit-Pil soprattutto alla luce delle stime di crescita per il 2011, riviste al ribasso. Paolo Romani, invece, vorrebbe usare il denaro per concedere sgravi fiscali alle imprese, specialmente a quelle del settore Tlc che hanno partecipato all’asta e che, ricordano al ministro, pagano oggi le frequenze che potranno utilizzare dal 2013. Tra i due litiganti c’è anche un terzo player: la manovra economica, che destina al settore delle telecomunicazioni solo il 50% del tesoretto, cioè poco più di 500 milioni di euro.

E se i ministeri si contendono gli incassi dell’asta, non va meglio tra le aziende che hanno partecipato alla gara. Il quotidiano Milano Finanza parla di una polemica tra H3G e il trio Telecom, Vodafone e Wind.

Tre, entrata per ultima nel mercato, avrebbe esercitato un’opzione e avuto in assegnazione due blocchi di frequenze nella banda 1800 Mhz. La stessa cosa era già accaduta a Tim nel 1995, a Vodafone e a Wind nel 1999 ma sembra che uno dei tre operatori, non si sa ancora chi, abbia scritto al ministro Romani per avere delucidazioni sulle condizioni di questa attribuzione. Sui blocchi, infatti, in base a una norma del 2002 adottata dall’ex ministro Gasparri gli operatori non pagano nessun contributo.

In realtà H3G – che ha sfruttato l’opzione sulle frequenze e inserito la loro valorizzazione in bilancio per 312 milioni di euro – ha esercitato un diritto, come stabilito da una delibera Agcom del 2008 volta a garantire parità di trattamento tra gli operatori. Le pressioni dei tre competitor starebbero, secondo gli esperti del settore, solo un modo per mettere le mani avanti e per dissuadere Tre dall’effettuare altri rilanci sulle frequenze 800 Mhz, quelle più pregiate e ancora in mano alle emittenti tv locali.

Il passaggio al digitale ha liberato una parte notevole dello spettro delle radiofrequenze e il valore complessivo dei relativi servizi di comunicazione elettronica supera i 250 miliardi di euro l’anno nell’Unione europea. In Italia, visto il numero di player e gli interessi in gioco, viene da chiedersi se lo spazio libero sembra già troppo stretto.

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