Opere pubbliche, l’Italia in ginocchio

ponte-sullo-stretto-renderingSLIDERDopo dieci anni della Legge Obiettivo, del 2001, è stato completato solo il 10% delle opere

ROMA – Sta per compiere 10 anni la cosiddetta legge obiettivo che nel dicembre 2001 decretò la realizzazione di una serie infinita di opere pubbliche che avrebbero dovuto rivoluzionare la dotazione infrastrutturale del nostro Paese. Sappiamo invece come sono andate le cose e le difficoltà di ogni genere che quel mega programma ha incontrato sulla sua strada.

Di tutto questo c’è una fedele ricostruzione nel VI Rapporto appena uscito sullo stato di avanzamento della Legge obiettivo, elaborato dal Servizio Studi della Camera, su mandato dell’VIII Commissione, Ambiente e Lavori pubblici, in collaborazione con gli enti di ricerca Cresme e Nova. In quel Rapporto ci sono descritte tutte le opere che avrebbero dovuto essere e non sono state, se non in misura ridotta. Si andava (vedi tabella allegata) dai grandi valichi che avrebbero dovuto collegarci all’Europa ai corridoi intermodali, dal sistema di dighe di Venezia agli hub interportuali, dagli interventi in campo energetico e nelle tlc alla messa in sicurezza degli edifici scolastici.

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Il dato che invece emerge dal Rapporto è che oggi, come un anno fa, le opere che non hanno superato la progettazione, cioè che non sono nemmeno partite, rappresentano, dal lato del costo, il 59% del programma. Le opere che hanno raggiunto la fase di gara sono il 10%, quelle in corso il 21% e infine le opere ultimate soltanto il 10%. Sotto il profilo delle categorie di opere, il 45% è rappresentato da strade, seguite a ruota dalle opere ferroviarie che si attestano al 38% e le metropolitane all’8%. Il Ponte sullo Stretto da solo rappresenterebbe, con i suoi 7,2 miliardi di costi stimati, il 2% del valore dell’intero programma, mentre le opere idriche non superano l’1,6%, l’1,5% spetta al Mose e il restante 3% alle altre opere.

Ora, nel momento in cui finalmente si affronta il problema della crescita del nostro sistema economico sull’orlo della recessione, il problema delle infrastrutture strategiche – come abbiamo visto ancora in gran parte irrisolto – torna al centro della scena. E il disegno di legge congiunto che i ministeri dell’economia e delle infrastrutture si apprestano a varare (dopo averlo confrontato oggi con le parti sociali) affronta proprio alcuni dei nodi che hanno bloccato fin qui la realizzazione delle opere. Vi si stabilisce infatti, tra l’altro, che il ministero dell’Economia metta in cassa i soldi per la singola opera non oltre 60 giorni dall’approvazione del Cipe; che le società di progetto possano emettere loro stesse obbligazioni destinate al finanziamento di un’infrastruttura; la possibilità di sostituire il contributo dello Stato o degli enti locali con la cessione di immobili pubblici; la rigorosa verifica delle offerte anomale per le opere superiori agli 80 milioni; la semplificazione delle procedure di approvazione degli schemi di convenzione.

E’ difficile dire per il momento se queste misure saranno sufficienti a rimettere in moto il volano dello sviluppo, o se occorra dell’altro per stimolare, per esempio, l’apporto di capitali privati e lo sblocco di finanziamenti non utilizzati da destinare alle opere strategiche, come auspica il presidente della Commissione Ambiente della Camera, Angelo Alessandri. Certo è che la mobilitazione di centinaia di miliardi per la realizzazione delle infrastrutture di cui il Paese ha estremo bisogno è da cent’anni l’unica medicina efficace che si conosca per dare una scossa al sistema, che attualmente sembra versare in stato catatonico.

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