Rating, da libera opinione a giudizio pubblico

borsa-rating-SLIDERIl rischio che le agenzie private, nate per classificare il merito di credito, abbiano dato vita a un oligopolio

ROMA – In principio era un’opinione: libera e dunque non vincolante. Poi il rating è diventato un giudizio: affidabile nella sua formulazione, pesante nelle conseguenze. Nel mezzo di questa evoluzione sta l’ascesa di tre aziende i cui nomi oggi fanno tremare mercati e investitori: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. Tre agenzie tutte con base a New York, fondate tra il 1860 (la prima fu S&P’s) e il 1913. Tre colossi dall’autorevolezza così solida che nemmeno la bolla dei mutui subprime e il fallimento di Lehman Brothers, che fino ai minuti prima del tracollo vantava un rating altissimo, hanno potuto intaccare.

In Europa qualcosa sta cambiando. La crisi economica ha fatto maturare la nuova consapevolezza che il principio dell’autoregolamentazione – per cui le agenzie di rating, esprimendo opinioni non vincolanti, non possono essere controllate da authority – è fallito. Ci si è resi conto che, insieme alle società d’investimento, alle banche e ora ai titoli di Stato di alcuni Paesi europei, è andata giù anche l’indipendenza delle varie S&P’s, Moody’s e Fitch. Se i loro pareri hanno ormai rilevanza pubblica, cioè, allora devono essere regolamentati.

L’European securities and markets authority nasce con questo obiettivo: vigilare su tutte le agenzie di rating del credito fino a imporre sanzioni per quelle che dovessero assumere pratiche concordate o accordi anticoncorrenziali. Dal 1° luglio 2011, quando questa sorta di “super-Consob” europea è entrata in azione, circa 150 società hanno fatto domanda di registrazione: per ciascuna è stato istituito un collegio con autorità di vigilanza nazionali che ne esaminerà la richiesta, mentre l’Esma deciderà poi se accoglierla o meno.

Un contesto, dunque, in continuo divenire. Con ancora tante incognite. Primo: istituire un’autorità europea per le agenzie di rating non rischia di essere una sorta di “bollino”, che legittimerà i giudizi sul credito dando loro, se possibile, ancora più peso? Si sta forse andando verso un sistema di agenzie “statalizzate”, utilizzabili dai governi come strumento di politica estera? E riguardo S&P’s, Moody’s e Fitch, l’Esma potrà mai esprimere su di loro un giudizio negativo e quindi non registrarle sotto la propria autorità, nonostante tutte le più grandi aziende del mondo guardino soltanto al loro giudizio? In più di un’occasione, ad esempio, è stato sottolineato per le “big three” un potenziale conflitto d’interesse, perché nel loro azionariato ci sono anche alcuni investitori.

S&P’s, Moody’s e Fitch hanno respinto ogni accusa a proposito, tirando in ballo i cosiddetti chinese walls, cioè quelle barriere interne alle società per evitare conflitti d’interesse (chiamate dagli analisti “muraglie cinesi”). Ma, paradossalmente, proprio dalla Cina potrebbe arrivare una minaccia al loro oligopolio: la Da Gong. Anzi, l’agenzia di rating del governo di Pechino, per certi versi, ha già superato “le big three”: mentre S&P’s, Moody’s e Fitch aspettano l’ok alla registrazione dell’Esma, la Da Gong è già ufficialmente pubblica. E, si dice, pure pronta ad abbassare il rating di Washington.

(Federica Ionta)

Potrebbero interessarti anche