Libia, scongelare i beni di Gheddafi per le Pmi

pmi-libia-SLIDERChiesto a Catherine Ashton di sbloccare i beni di Gheddafi per liquidare i crediti maturati dalle imprese

ROMA – Sbloccare i beni congelati a Gheddafi e al suo entourage per salvare centinaia di Pmi italiane dal fallimento. E’ la richiesta finita sul tavolo dell’Alto rappresentante per la politica estera Catherine Ashton con riferimento al regolamento Ue n. 204 del 2011, che vieta qualsiasi utilizzo delle ricchezze confiscate al regime libico se non per scopi umanitari.

Il 2011 è stato un anno nero per le microimprese italiane delocalizzate in Nord Africa. L’Italia era, prima dello scoppio della guerra, il principale partner commerciale della Libia, con un volume di scambi pari a 20 miliardi di euro nel 2008. Si pensi anche agli interessi industriali di Eni, presente nel paese nordafricano dal 1959, Finmeccanica, Impregilo, Ansaldo, Saipem. Nel 2010 l’interscambio è sceso a 11,5 miliardi di euro; difficile trovare i numeri della situazione attuale.

Nonostante gli strascichi della guerra civile, per molti il conflitto libico è ormai nella sua fase finale. Tanto che diverse aziende europee ma anche extraeuropee hanno cominciato a lavorare per rilanciare le proprie attività in Libia e soprattutto riallacciare le relazioni commerciali. Uno scenario in trasformazione che rischia di lasciare le imprese italiane, piccole e in gravi difficoltà economiche a causa della crisi e dei crediti non riscossi, fuori dai giochi del dopo-Gheddafi. “Il regolamento Ue – sono le parole dell’eurodeputato Oreste Rossi – suona come una condanna al fallimento per molte Pmi che non hanno risorse finanziarie da investire nella ripresa delle attività”. Se queste aziende (italiane ma anche europee) non saranno aiutate dalle istituzioni e non riusciranno a liquidare i crediti maturati in Libia, verranno presto sostituite da altri competitor. Magari provenienti dall’Estremo oriente.

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