Il caso di Brigandì davanti alla Corte Costituzionale

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ROMA – Chi è Matteo Brigandi? L’avvocato ed ex parlamentare della Lega Nord si era rivolto alla Consulta per chiedere l’annullamento della delibera con cui il Consiglio superiore, lo scorso 13 aprile, aveva dichiarato la sua decadenza da consigliere ‘laico’.

 

In aprile il plenum aveva infatti votato, a maggioranza, perché Brigandì andasse via da Palazzo dei Marescialli, in quanto non si sarebbe dimesso per tempo, ma solo il 12 febbraio scorso, dal suo ruolo di amministratore della Fin Group, la holding della Lega Nord, mentre per legge l’incompatibilità tra l’incarico in un consiglio di amministrazione di una società commerciale e quello di consigliere al Csm andava rimossa entro 45 giorni dall’elezione.

Con una memoria, scritta dall’avvocato Giuseppe Gallenca e depositata in maggio alla Corte Costituzionale, Brigandì aveva contestato il fatto che il Csm potesse deliberare la sua decadenza e chiedeva ai giudici della Consulta di cancellare quella decisione. Il conflitto è stato discusso la settimana scorsa, in camera di consiglio, ma non avrebbe superato il primo scoglio, quello dell’ammissibilità. A Brigandì – secondo quanto si è appreso – non sarebbe stato riconosciuto un potere costituzionale che appartiene al collegio e non al singolo ex membro del Csm. I giudici della Consulta, dunque, non hanno dunque neppure affrontato la questione nel merito. Le motivazioni del rigetto saranno rese note nelle prossime settimane.

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