La favola senza fine della burocrazia dei certificati

certificato-SLIDERDieci anni fa la promessa di Bassanini: spariranno entro due anni. Un risultato mai raggiunto

ROMA – “Entro massimo due anni spariranno certificati e anche autocertificazioni, a tutto vantaggio del tempo e delle tasche di cittadini e imprese”. “E’ vietato per tutte le amministrazioni chiedere ai cittadini ed alle imprese dati già in loro possesso”. “I certificati richiesti dalle amministrazioni ai cittadini certificano solo la loro incapacità di scambiarsi i dati”. “Basta ai cittadini-fattorini”.

Non si tratta di dichiarazioni di Brunetta a margine del suo discusso intervento sull’abolizione dell’obbligo di presentazione dei certificati antimafia (non si è mai trattato dell’abolizione dei certificati stessi beninteso): si tratta invece di titoli e di virgolettati di Bassanini sulla stampa della primavera del 2001, dopo l’entrata in vigore del testo unico sul documento amministrativo (DPR 445/00). Oltre dieci anni fa quindi.

Ripercorrendo a volo d’uccello questi dieci anni è facile rilevare che, ahimè, non solo il risultato che allora sembrava così vicino è ancora da raggiungere ma, molto peggio, ci sono voluti reiterati interventi legislativi, continui inascoltati divieti (cito solo il suddetto Testo Unico e le sue modificazioni, il primo e il secondo Codice dell’Amministrazione Digitale, oltre al recente provvedimento di questa estate –L.106/2011-) e infinite dichiarazioni per ritrovarci con la stessa cultura del certificato che non demorde, anzi trova qualsiasi occasione per rialzare la testa.

Perché questo fallimento? Credo che siamo stati sconfitti (sino ad ora… la speranza è l’ultima a morire e magari questa è la volta buona!) nella lotta alla “burocrazia dei certificati” da due diverse e avventate speranze: la prima, la più facile a raccontare, è quella che immaginava che l’innovazione, una volta innescata, avrebbe prodotto da sola il consenso all’interno delle amministrazioni (un errore simile all’esportazione della democrazia in Iraq per intenderci). Non è stato così, né così poteva essere: l’innovazione tecnologica, quella che allora chiamavamo “la rivoluzione digitale”, avrebbe avuto bisogno di robuste iniezioni di organizzazione, di cure da cavallo di meritocrazia, di abbondanti aggiunte di personale specializzato e qualificato, di solidi accompagnamenti di “vademecum” e provvedimenti attuativi. In una parola di “cura” e di attenzione. Non ci sono state e la controffensiva l’ha avuta vinta quasi dappertutto, lasciando qua e là sacche di resistenza capeggiate da testardi innovatori, ormai un po’ sfiduciati anch’essi.

La seconda illusione era che si potesse decertificare senza una efficiente e affidabile rete per lo scambio dei dati tra le amministrazioni. Non che non si sia fatto nulla: alla Rupa (Rete Unitaria della PA) è succeduto l’SPC (Sistema pubblico di connettività), ma in realtà pochi se ne sono accorti e la tensione fattiva che ne aveva accompagnato i primi passi si è spenta da tempo. Il più è ancora da fare e lo dimostra l’insistenza con cui le leggi anche degli ultimi anni impongono (grida manzoniane!) di aprire le grandi basi di dati: gridando sempre più forte ad amministrazioni sorde. Che non sia un problema tecnologico ormai lo sanno anche i bambini, che invece sia qualcosa che riguarda potere, privilegi, rendite di posizione e non bit è qualcosa di cui spesso, più o meno ingenuamente, ci dimentichiamo.

Carlo Mochi Sismondi (Forum PA)

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