Pensionati d’oro di cui vorremmo fare a meno

Banca_ditalia_sliderAl vertice della Sidief, una SpA della Banca d’Italia, siedono tre ex dirigenti con una pensione di oltre 100mila euro annue

ROMA – I soliti noti, così li apostroferebbe il grande Monicelli se fosse ancora in vita. Sono quelli che di passare il testimone non ci pensano proprio, che trascorrono la vita, e anche la vecchiaia, a saltare con un’ape regina da una poltrona all’altra per continuare a godere di ampi privilegi e di ottimi stipendi.

La cosa non è certo una novità. Ma forse non tutti conoscono il caso della Sidief, la società italiana di iniziative edilizie e fondiarie. La Sidief è una società per azioni soggetta a direzione e coordinamento della Banca d’Italia, il cui capitale sociale, interamente versato, è pari a 107.000.000 euro. Il patrimonio della società è costituito principalmente da proprietà immobiliari dislocate in varie città d’Italia. Al 31 dicembre 2010 il totale attivo risultava pari a 142.119.321 euro e il valore in bilancio della voce «fabbricati» ammontava a 83.022.535 euro al netto del fondo ammortamento. La società gestisce tra gli altri 1.200 alloggi solo a Roma. La mission dell’azienda è quella di ottimizzare la gestione del patrimonio immobiliare di cui è proprietaria, tenuto anche conto delle indicazioni dell’azionista.

Dal sito della società si legge che nel consiglio di amministrazione siedono ex dirigenti della Banca d’Italia: Carlo Tresoldi, in qualità di presidente, Franco Passacantando, in qualità di consigliere, entrambi in pensione, nonché il presidente di Scenari Immobiliari, Mario Breglia, in qualità di consigliere. Si tratta di ex dirigenti dell’Istituto di vigilanza usciti con liquidazioni da 600.000 euro e che attualmente percepiscono pensioni nette di oltre 100.000 euro annue.

Il direttore generale della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni, durante il convegno dei giovani imprenditori di Confindustria, tenutosi lo scorso giugno a Santa Margherita Ligure, aveva parlato della disoccupazione giovanile riferendo che “tassi di occupazione giovanile sono più bassi nel Mezzogiorno, in particolare tra le donne. Significativamente più elevata che nel resto d’Europa è anche la quota di giovani non occupati e non coinvolti in attività educative o formative. Tale condizione, particolarmente grave per il progressivo impoverimento del capitale umano delle persone coinvolte, riflette nel nostro paese più che negli altri, lo scoraggiamento rispetto alle difficoltà di occupazione”. Dopo queste parole viene da chiedersi quale sia il motivo per cui la capacità innovativa e il capitale umano più elevato che apporterebbero i giovani nel mondo del lavoro non possa essere utile anche alla Banca d’Italia.

Di questa faccenda si è occupato il senatore Lannutti che, in un interrogazione a risposta scritta, chiede al ministro dell’Economia se questa sarebbe l’etica e la trasparenza di Banca d’Italia tanto decantate dall’ex governatore Draghi per cui si vedono sempre i soliti, veri e propri personaggi, pronti a spartirsi la torta. Il senatore chiede inoltre di sapere quale misure urgenti, nel rispetto dell’indipendenza e dell’autonomia della Banca centrale, il Governo vorrà intraprendere per impedire che siano sempre i soliti ad arricchirsi godendo di inusitati privilegi, così come si domanda se, secondo la normativa vigente, l’attività lavorativa sia compatibile con il trattamento pensionistico.

Per concludere Lannutti interroga il Governo se non ritenga che i «pensionati d’oro» dovrebbero abbandonare i loro incarichi per fare largo ai giovani al fine di garantire l’affermarsi delle nuove generazioni considerato che i giovani per prendere i posti di comando devono battersi sempre più duramente e spesso rinviare la conquista dei vertici, in molti settori della società.

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