Banca d’Italia, cosa c’è oltre il match a Palazzo Koch

grilli-saccomanni-SLIDERLa partita che si sta giocando tra Grilli e Saccomanni rivela qualcosa di inquietante. Cori e tifi da stadio logori e stonati

ROMA – Qui non è la solita disputa tra Coppi e Bartali, tra l’Inter e la Juventus. No, la rissa che si è scatenata per la nomina del prossimo Governatore della Banca d’Italia, che sta dividendo il Paese, è qualcosa di molto diverso e di politicamente inquietante.

Anche in questo caso i contendenti sono due: l’attuale direttore generale della Banca, Fabrizio Saccomanni, contro l’attuale direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli. Due grand commis dal pedigree ineccepibile, entrambi laureati alla Bocconi, riservati, poco inclini alla ribalta mediatica.

Il primo, 69 anni, è entrato alla Banca d’Italia giovanissimo e lì ha salito tutti i gradini fino alla poltrona operativa più alta, con sole digressioni al Fondo monetario internazionale e alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo. Nella biografia di Grilli, 54 anni, fino a poco tempo fa definito un “Ciampi boy”, si ricordano gli anni passati al Tesoro a stretto contatto con Draghi, allora direttore generale, la sua nomina a Ragioniere generale dello Stato dopo Monorchio e infine l’approdo alla direzione generale del Tesoro, mantenuta fino ad oggi anche durante il governo Prodi con Padoa Schioppa a via XX Settembre. Il lavoro che sta svolgendo a Bruxelles come presidente del Comitato dei ministri economici e finanziari dell’Unione Europea gli è valso la stima unanime dei partecipanti.

Quindi due concorrenti di elevatissima statura tecnica e degni del massimo rispetto. Ma la tribuna dei supporter è schierata nettamente a favore di Saccomanni, mentre Grilli, tapino, ha pochi sostenitori e tra quei pochi qualcuno sarebbe addirittura meglio non averlo. Romacapitale.net non fa il tifo per nessuno. Si limita ad assistere alla partita e si preoccupa soltanto che il gioco si svolga nel rispetto delle regole e senza indebite invasioni di campo.

E qui, dobbiamo confessarlo, qualche prurito ci è venuto nell’assistere al tifo scomposto degli ultras saccomanniani. I loro striscioni infatti suonano obiettivamente un po’ stonati: “Fuori la politica dalla Banca d’Italia”, “Per sempre a favore dell’indipendenza dell’Istituto di emissione”. Ora, a parte il fatto che la legge prescrive che sia il Presidente del Consiglio a scegliere il nome del successore di Draghi (per poi sottoporlo al parere del Consiglio superiore della Banca d’Italia e successivamente alla firma del Capo dello Stato), chi altro dovrebbe fare questa scelta? Forse i tecnici che in queste ore si uniscono ai cori da stadio contro lo sponsor di Grilli, il ministro Tremonti, che “ha perso la bussola ed esercita il suo forcing solo per gelosie personali e ansia di controllo” (Ernesto Auci e Franco Locatelli, un tempo zelanti tremontiani, nel loro sito First Online di ieri)? O forse gli illustri economisti, come Francesco Giavazzi, che chiedono a Grilli, “per amor proprio, di non accettare di essere candidato alla posizione di Governatore”, pur non avendo egli mai espresso accettazione di una carica che peraltro non gli è mai stata nemmeno proposta.

Anche l’altro striscione, quello dell’indipendenza della Banca d’Italia, appare un po’ logoro sia perché non fu srotolato quando Draghi passò dalla direzione generale del Tesoro alla poltrona di Governatore (dopo che il candidato interno alla Banca, Antonio Fazio, era stato cacciato con ignominia), sia perché forse un ragionamento sereno sulla Banca d’Italia andrebbe fatto, se non ci limitassimo a considerarla soltanto un santuario. Questa potrebbe essere infatti l’occasione per vedere se e come è cambiata una gloriosa istituzione che ha perso per strada molte delle sue importanti funzioni a favore di istanze sovranazionali; se e come un’organizzazione di quasi 7.000 persone (con un costo medio per dipendente che sfiora i 100.000 euro annui) si sia conformata al ridimensionamento; se e come i privilegi di cui Rizzo e Stella parlano nei loro libri siano stati ridiscussi dallo stesso vertice dell’Istituto.

E’ dunque il caso di lasciar perdere slogan e pregiudizi e di non eccitarci per il presunto match tra Berlusconi e Tremonti. Lasciamo la scelta della candidatura a coloro a cui compete secondo la prassi costituzionale, senza tirare impropriamente la giacchetta a questa o a quella alta carica dello Stato perché intervenga in un campo che non gli appartiene. Dal presidente Napolitano fino all’ultimo dei cittadini – e romacapitale.net è fra questi – tocca invece il dovere di vigilare scrupolosamente sulla qualità tecnica e sul profilo morale della persona che verrà prescelta.

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