Nuove tecnologie, il postino non suona più alla porta

Il_postinoIntervista a Mario Petitto, segretario generale Cisl Poste. La cassaforte è nei prodotti assicurativi e finanziari

ROMA – Un gigante dai piedi di argilla? “Non proprio. Poste Italiane con i suoi 150.000 dipendenti resta, nonostante tutte le difficoltà, la prima azienda italiana e la quarta per fatturato. Diciamo allora che il gigante si è come fermato a prendere fiato e in un mondo globalizzato che gira a velocità vertiginosa questa può essere una pausa molto pericolosa”. Chi parla è Mario Petitto, segretario generale della Cisl Poste, il sindacato di gran lunga maggioritario nel gruppo di viale Europa, uno che in azienda c’è nato e che i problemi, le prospettive e i dipendenti li conosce come nessun altro.

Nessuno meglio di lei quindi sa che i problemi dei servizi postali sono strutturali e colpiscono le imprese tradizionali in tutto il mondo. In questa nemesi dunque Poste italiane non fa eccezione?

“No, se parliamo del settore postale in senso stretto, non fa nessuna eccezione. Al pari infatti di grandi gruppi internazionali come la Us Postal o la Royal Mail, sempre sull’orlo del default, anche Poste Italiane è stata investita nel suo tradizionale core business dallo ‘tsunami’ della rivoluzione tecnologica. Oggi non si comunica più per lettera, ma per via digitale attraverso il telefono cellulare, gli sms, l’email, i social network. Il discorso dei servizi postali come li abbiamo intesi per quasi due secoli è chiuso per sempre. Per sopravvivere dobbiamo perciò guardare avanti e metterci al passo con i tempi”.

Il vostro amministratore delegato dice però che “Poste Italiane non corre alcun rischio, è solidissima” e chiama a riprova il bilancio 2010 col suo miliardo di euro di utile e il primo semestre di quest’anno che mantiene le promesse di crescita. I conti sembrerebbero dunque smentire le previsioni catastrofiche.

“Dobbiamo intenderci. Finora abbiamo parlato di servizi postali, in un declino che sembra inarrestabile. Se invece allarghiamo il discorso agli altri servizi offerti dal gruppo, soprattutto quelli finanziari e assicurativi, le cose effettivamente cambiano. Pensi che su circa 20 miliardi di ricavi nel 2010 la movimentazione della corrispondenza contribuisce con appena il 25%, tutto il resto è dato dal risparmio postale, dal Banco Posta e dalle polizze assicurative”.

Si può parlare allora di una metamorfosi genetica? Da portalettere a manager finanziari?

“Non esageriamo. La verità è che in PI esistono due facce, quella esterna, brillante, liftata, che stacca ogni anno un bel dividendo per l’azionista Stato, invece dei vecchi ripianamenti miliardari delle perdite (l’ing. Sarmi fa benissimo a sottolineare questo aspetto, anche se, dal momento che non siamo quotati in Borsa, si potrebbe permettere un’analisi meno superficiale). E poi invece c’è una faccia interna che è decisamente meno attraente, con tante rughe fatte da una piattaforma tecnologica in parte obsoleta, da un contesto normativo che non ci permette di crescere nei nuovi segmenti imprenditoriali, da una concorrenza privata (a tutto campo dal primo gennaio di quest’anno) che si muove con un’agilità e dei costi che noi nemmeno ci sogniamo”.

Come si esce, secondo voi, da questo impasse bifronte?

“Con un progetto organico di riorganizzazione globale di cui per ora non c’è neppure l’ombra. Sono anni che i lavoratori lo reclamano, anche a costo di grandi sacrifici (in pochi anni abbiamo cogestito l’uscita dal gruppo di circa 70.000 dipendenti) e di una moderazione salariale che poche altre categorie hanno attuato. Con quale risultato? Di proporzioni tutto sommato modeste e sostanzialmente miopi. Ci accontentiamo infatti di risultati parziali nei settori finanziari e assicurativi (in cui peraltro qualche scricchiolio comincia a sentirsi), e perdiamo invece di vista la valorizzazione di quelle che sono le nostre risorse più preziose: 14.000 sportelli sparsi in ogni angolo d’Italia, la più vasta rete informatica d’Europa, personale addestrato non solo a gestire nuovi prodotti e nuove tecnologie, ma soprattutto ad entrare in tutte le case degli italiani, in un rapporto diretto con l’utente/cliente che nessun altro può vantare. Il progetto organico che non c’è dovrebbe essere costruito proprio sulle fondamenta di questi asset straordinari”.

E a questa sollecitazione forte che viene dal basso l’azienda come risponde?

“Le cito solo l’ultimo episodio in ordine di tempo. A giugno scorso Poste Italiane non ha pagato ai lavoratori per intero il premio di risultato del 2010 perché gli obiettivi prefissati non erano stati raggiunti, nonostante l’aumento riconosciuto della produttività e l’utile di esercizio fossero lì a dimostrare il contrario. Quando lo stesso discorso è stato fatto con i manager e gli alti dirigenti gli obiettivi erano stati raggiunti in pieno e i premi assegnati hanno raggiunto anche i 250.000 euro pro capite. Contro questa sperequazione e il clima di generale disimpegno di un gruppo dirigente arrivato ormai al suo ultimo mandato, nel nostro ultimo Consiglio generale di pochi giorni fa abbiamo deciso di “attivare su tutto il territorio nazionale, in tutti gli uffici e i luoghi di lavoro la mobilitazione generale della categoria”.

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