Privatizzazioni, ricomincia la (s)vendita

tremonti-draghi-SLIDERCi si appresta a mettere in vendita i gioielli di famiglia partendo dalla insufficienza dei loro rendimenti

ROMA – La riunione andata in scena giovedì scorso nella sala del Parlamentino al ministero dell’Economia ha richiamato alla memoria un film déjà vu. Era il giugno del 1992 e sul panfilo della regina d’Inghilterra, noleggiato per l’occasione, c’erano tutti i banchieri e i rappresentanti dei fondi d’investimento del mondo. All’ordine del giorno c’era un solo punto: la privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. A fare gli onori di casa c’era il ministro del Tesoro Barucci, ma il vero deus ex machina era il direttore generale del Tesoro Mario Draghi, che Business Week definì a quell’epoca “l’uomo più potente d’Italia”. A Palazzo Chigi sedeva Giuliano Amato, appena succeduto a Bettino Craxi.

Fu la cerimonia di inaugurazione della più grande operazione di acquisition di aziende a partecipazione statale, dopo quelle di Marghareth Tatcher, per un valore stimato di oltre 100 mila miliardi di vecchie lire, di cui 1.650 di parcelle pagate alle grandi società di consulenza americane. Per rendere ancora più ghiotto il boccone, si decise di far precedere l’operazione da una supersvalutazione del 30% della lira, che puntualmente a settembre dello stesso anno Ciampi e Amato realizzarono. Partirono così le privatizzazioni dell’Ina, dell’Imi, dell’Eni, del S.Paolo di Torino, del Banco di Napoli, della Telecom, della Bnl, dell’Enel e via via di diecine di altre aziende.

L’altro giorno a via XX Settembre il remake è andato in scena, presente dopo anni il gotha della finanza mondiale, dagli italiani di Mediobanca e Banca Intesa al fondo d’investimento Carlyle, alle banche d’affari Jp Morgan, Morgan Stanley e Nomura, agli istituti di credito internazionali Bnp Paribas, Crédit Agricole, Deutsche Bank, Credit Suisse, Royal Bank of Scotland. La convocazione vera non era nel biglietto d’invito di Tremonti, ma nel segnale che sempre Draghi aveva diramato tra le righe della sua lettera perentoria del 5 agosto al governo italiano, firmata anche da Trichet, in cui si diceva che “è necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali…. attraverso privatizzazioni su larga scala”.

Conto_dal_patrimonio

Il terreno politico era stato preparato da un efficace battage tecnico centrato sull’enormità del debito pubblico italiano riducibile soltanto attraverso la cessione di parte del suo patrimonio. In questa funzione di apripista si è distinto l’istituto di ricerca Bruno Leoni la cui ricetta radicale anti crisi consisterebbe nel “privatizzare tutto il privatizzabile non come strumento di welfare, ma come leva per stimolare la concorrenza, abbattendo il debito pubblico”. Nella lista della “spesa” ci sono tutte le quote detenute direttamente nel portafoglio del Ministero delle Finanze o tramite la Cassa Depositi e Prestiti: Enel, Eni, Eur Immobiliare, Fincantieri, Finmeccanica, Invitalia, Poste Italiane, Sace, StMicroelectronics, Terna, Cinecittà, Rai, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Consap, Ferrovie dello Stato, Sogei, Sogesid, Sogin, Inail. “Perfino la Cdp – si legge nel paper dell’Istituto – andrebbe dismessa. Alla fine non è altro che una banca”.

Nell’incontro di giovedì scorso il tono è stato lieve, ma la sostanza e il messaggio chiarissimi. La chiave di volta – ha affermato Stefano Scalera, responsabile della Direzione VIII del ministero dell’Economia introducendo i lavori – sta nel metodo del “rendimento standard”, il parametro per misurare l’efficienza della gestione di qualsiasi bene. L’interrogativo che ne discende è: “Se il Rendimento Effettivo registrato nella gestione corrente (delle partecipazioni pubbliche, ndr) è inferiore al Rendimento Standard, bisogna chiedersi: È possibile aumentare il rendimento oppure occorre dismettere il bene?”.

Per rispondere si fa seguire la tabella dove si dimostra che il portafoglio complessivo delle partecipazioni statali rende l’1,8%, con una perdita media di valore del 4,9%. Sulla base di questo “inoppugnabile” risultato, l’asta dunque può cominciare.

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