Caso Knox, Daclon: “La Cassazione confermerebbe l’assoluzione”

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Dopo l’assoluzione di Amanda e Raffaele, il segretario della Fondazione Italia-Usa descrive gli scenari futuri

ROMA – Il Professor Corrado Maria Daclon, segretario generale della Fondazione Italia-Usa, Amanda Knox l’ha conosciuta bene. “Le abbiamo fatto visita quasi ogni quindici giorni negli ultimi due anni”, racconta. E di una cosa appare assolutamente sicuro: “La sentenza ci ha dato ragione, perché non parla neppure di ragionevole dubbio. La Venere in pelliccia? I giornalisti avrebbero dovuto andare oltre le informazioni fornite dai pm”.

 

Come si è creata, allora, quell’immagine da femme fatale?

«Non voglio dare la colpa solo ai media, che comunque hanno una certa responsabilità in questa vicenda. Credo che i giornalisti avrebbero dovuto cercare più a fondo, indagare per capire chi era Amanda. Invece si sono limitati a utilizzare quello che veniva dato loro dai pm in una sorta di copia e incolla, pubblicando il materiale così com’era. A quattro giorni dal delitto tutti i giornali e le tv già gridavano all’assassino, parlavano di caso chiuso basandosi però su un’unica fonte, cioè le ordinanze di custodia cautelare. Avrebbero, invece, dovuto approfondire, ad esempio parlando con gli amici di Amanda, con qualcuno che la conosceva di più e meglio dei magistrati che, allora, l’avevano interrogata una sola notte».

Quando ha incontrato Amanda per la prima volta?

«Il primo incontro c’è stato dopo il verdetto di primo grado, quindi a metà dicembre del 2009. Siamo andati a trovarla per verificare le condizioni di una detenuta americana e abbiamo scoperto molto di più: ci aspettavamo una ragazza dissoluta e aggressiva, come appunto dicevano i giornali, e invece ci siamo trovati davanti una giovane donna completamente diversa. Da questo abbiamo dedotto e capito che Amanda non poteva essere in nessun modo coinvolta nei fatti di cui era accusata. Così è nato anche un rapporto di amicizia».

E come avete lavorato per lei, in questi anni?

«Abbiamo continuato a incontrarla ogni 15 giorni con lunghi colloqui cercando anche di sostenerla non solo moralmente e con l’amicizia ma anche cercando di fornirle strumenti necessari alla sua vita quotidiana. Come Fondazione le abbiamo donato un computer perché potesse continuare gli studi con l’università di Washington, dove lei è iscritta e studia lingue. Le abbiamo fornito oltre 300 libri che lei ha letto e studiato. Abbiamo cercato di sostenerla con le piccole cose pratiche che è consentito introdurre in carcere».

I pm hanno già annunciato il ricorso in terzo grado. Cosa potrebbe succedere ora?

«La Cassazione potrebbe confermare o annullare il verdetto di secondo grado. Nel primo caso Amanda e Raffaele sarebbero definitivamente innocenti con formula piena. Potrebbe anche essere annullata la sentenza di calunnia per Amanda. Oppure la Cassazione, che è giudice di legittimità e non di merito, potrebbe rilevare dei vizi di forma e quindi annullare il processo di appello o anche il primo grado, e ordinarne la ripetizione».

Uno scenario davvero impossibile? E Amanda tornerebbe in Italia?

«Già la sentenza di primo grado, come ha detto il presidente della Corte d’Assise d’Appello Pratillo Hellmann, non era totalmente condivisibile. Approfondito il caso con le perizie e i testimoni, in secondo grado si è passati dal ragionevole dubbio all’assoluzione completa: cioè gli imputati non hanno commesso il fatto. Una ripetizione del processo porterebbe con ogni probabilità allo stesso risultato, a meno che non emergano delle prove regine che però fino ad ora nessuno ha sollevato.

In ogni caso l’imputato non ha l’obbligo di assistere alle udienze. Per ogni altra evenienza c’è comunque un Trattato di estradizione tra l’Italia e gli Stati Uniti, firmato nel 1983 per vari reati. E’ un accordo molto ampio entrato in vigore nel 1984, pubblicato in Gazzetta ufficiale, ratificato da Washington e Roma».

Per Amanda Knox si è spesa anche Hillary Clinton. L’omicidio di una ragazza inglese è diventato un caso diplomatico tra Italia e Stati Uniti?

«Assolutamente no. Non era né è diventato un caso diplomatico. Sono intervenute alte personalità del Congresso e persino il Segretario di stato Hillary Clinton per accertare le condizioni della detenuta americana e la sua situazione, e informarne l’opinione pubblica italiana e americana».

Di certo, però, è diventata una vicenda di grande impatto popolare. Basta pensare alla folla radunata in piazza a Perugia la sera della sentenza di appello.

«Da tempi immemori la folla urla sempre qualcosa. Fortunatamente non sono le folle, né innocentiste né colpevoliste, che fanno le sentenze. Ma i giudici e i giurati. La folla esprima le sue opinioni, ma le sentenze le fa la magistratura».

E se Amanda fosse stata un’italiana arrestata negli Stati Uniti?

«I due sistemi giudiziari sono completamente diversi, è molto difficile fare delle previsioni. Abbiamo consultato e fatto seminari con importanti giuristi americani. Unico punto in comune è il principio del ragionevole dubbio, cioè che un cittadino può essere condannato solo se la sua colpevolezza emerge in modo indiscutibile. Anche loro hanno notato che in primo grado non c’era questa certezza e che la sentenza era basata su delle prove molto labili per le quali, ad esempio per quelle genetiche, erano state negate le perizie da parte di soggetti indipendenti. Non si erano voluti risentire i testimoni.

Devo dire che, a parte i quattro anni di ingiusta detenzione, per Amanda e Raffaele sicuramente è stata meglio questa sentenza piuttosto che una basata sul ragionevole dubbio, che li avrebbe assolti ma per la mancanza di prove sufficienti a condannarli. In questo caso la sentenza è stata netta: Amanda e Raffaele non hanno commesso il fatto, con assoluta certezza. Credo che questo faccia giustizia della loro situazione».

(Federica Ionta)

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