Le incognite della Confindustria che verrà

marcegaglia-confindustria-SLIDERIl dopo Marcegaglia tra l’addio di Marchionne e le minacce del premier Berlusconi

ROMA – Sembrava una tranquilla campagna elettorale partita in anticipo per eleggere il nuovo/a presidente di Confindustria che nel maggio 2012 sostituirà Emma Marcegaglia. Ma poi, dopo l’estate, è successo di tutto e a viale dell’Astronomia non si parla più soltanto di candidati, veri o presunti, ma della Confindustria che sarà e che sicuramente sarà molto diversa da quella di oggi

Nel giro di pochi giorni infatti si sono succedute scosse telluriche da far tremare il palazzo di vetro dell’Eur. Indubbiamente la scossa più violenta l’ha data Marchionne decidendo di far uscire la Fiat dalla Confederazione degli industriali italiani dal 1 gennaio 2012. Nella lettera di “commiato” dell’amministratore delegato si dice che a spingere Fiat Spa e Fiat Industrial a staccarsi dall’associazione degli industriali è la necessità di avere certezze nella gestione delle relazioni industriali, recuperando quello che era l’obiettivo dell’articolo 8 della manovra prima che venisse in qualche modo «anestetizzato», secondo il Lingotto, dall’intesa del 21 settembre fra Confindustria e i sindacati. Secondo Marchionne, in questo modo «si rischia di snaturare la legge limitando la flessibilità; noi vogliamo fare impresa, basta con la Confindustria politica”.

Parole pesanti come macigni che cadono sulla testa della presidente, insieme alla decurtazione di circa 5 milioni di euro di contributi annui, pari all’1 per cento delle entrate totali di Confindustria. Non è una cifra che fa saltare il banco, a condizione però che resti isolata. Perché se invece altri imprenditori seguissero l’esempio di Marchionne (l’ha già fatto, per esempio, il proprietario delle Cartiere Pigna) e soprattutto se diventasse realtà la minaccia di Berlusconi, mai pronunciata in pubblico, di “ordinare” alle imprese pubbliche (Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, Poste, ecc.) di abbandonare Confindustria, allora sì sarebbero guai seri per l’intera organizzazione.

Incassato il colpo, Marcegaglia non è stata però in grado di ripartire in contropiede ma si è chiusa in difesa limitandosi a dichiarare che “non vi è contrasto tra le due fondamentali innovazioni introdotte negli ultimi mesi: l’accordo interconfederale ratificato il 21 settembre e l’articolo 8 della manovra di agosto”. Con le organizzazioni sindacali infatti – sostiene la presidente – abbiamo “condiviso un sistema di relazioni industriali moderno, non certo ingessato, che riconosce un ruolo alla contrattazione nazionale ma che soprattutto, per la prima volta, dà certezza al contratto aziendale e permette a quest’ultimo di cogliere opportunità di crescita e sviluppo o di gestire al meglio le ristrutturazioni”. Il ministro del Lavoro Sacconi le ha dato una mano non vedendo alcuna contraddizione tra l’art. 8 e l’accordo sindacale. “La fonte legislativa è ovviamente sovraordinata a quella contrattuale. E’ dunque la legge a garantire la capacità degli accordi aziendali, anche in deroga ai contratti nazionali”. Ma anche l’intesa sindacale è servita molto perché ha definito le maggioranze sindacali e la rappresentatività delle organizzazioni dei lavoratori”.

Due concezioni diverse di intendere le relazioni industriali, con una ruvida teoria delle mani libere del management in fabbrica da un lato e un sistema di public relations in senso lato, molto più esteso ed equilibrato, dall’altro. Come si riflettono queste due linee strategiche nell’identikit del prossimo presidente di Confindustria? E quale dei due schieramenti prevarrà?

Se ci si dovesse limitare ai due più accreditati contendenti attualmente in gara, si dovrebbe dire che il partito degli imprenditori ultras è meglio rappresentato da Alberto Bombassei che, non a caso, gode dell’appoggio della Fiat e dell’ala più conservatrice della Confindustria. Giorgio Squinzi invece è per una linea dialogante con il sindacato e per una strenua difesa delle piccole e medie imprese, che lo considerano “uno di loro”. E’ appoggiato dalla stessa Marcegaglia (e non si sa se questo gli giova o meno), si è dichiarato palesemente ostile alla linea Marchionne e non è ostacolato dalle imprese pubbliche.

Se invece il campo di gara si allargasse oltre ai due contendenti, i bookmakers vedrebbero bene pure i “compagni di merende” Montezemolo, Della Valle e l’evergreen Luigi Abete, in grado di coagulare diversi pacchetti di voti confindustriali, così come outsider del calibro di Felice Rocca, o di Andrea Riello.

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