Le raffinerie dell’Eni in affanno

raffineria-eni-SLIDERChiude l’impianto di Venezia. I sindacati dei lavoratori proclamano lo stato di agitazione

ROMA – Calo generale dei consumi, flessione nella domanda dei carburanti, drastico ridimensionamento delle esportazioni verso paesi come gli Stati Uniti, sono alcune delle cause principali della crisi che non ha risparmiato il settore della raffinazione di petrolio nel nostro Paese. Se si tratta di una momentanea sovracapacità produttiva, o se i problemi che le nostre raffinerie incontrano nella raccolta di ordini sono di carattere strutturale, è un’alternativa sulla quale sono ancora in molti ad interrogarsi.

Certo è che le aziende stanno procedendo unilateralmente al ridimensionamento degli impianti. Ha cominciato la Tamoil con la chiusura della raffineria di Cremona e da un momento all’altro l’Eni potrebbe mettere in cassa integrazione per sei mesi tutti i dipendenti della raffineria di Venezia. In queste condizioni era inevitabile che le organizzazioni sindacali dei circa 23.000 lavoratori del settore (tra diretti e indotto) chiedessero un tavolo di confronto per esaminare a fondo la situazione e soprattutto le prospettive dell’intero comparto.

Il secondo dei confronti ravvicinati tra l’Eni e le Federazioni sindacali di categoria su questi temi si è svolto qualche giorno fa ma, nonostante la profondità delle analisi di scenario e la dichiarata volontà congiunta di procedere ad un rilancio del settore, non si sono registrati per il momento significativi passi in avanti. Anzi, al termine dell’ultimo incontro i sindacati hanno proclamato lo stato di agitazione “per respingere quanto unilateralmente preannunciato dall’Eni sulla fermata di Venezia”.

Per la verità, stando ai dati pubblicati sul sito del gruppo petrolifero, non si direbbe che la crisi del settore sia così pesante. Nel 2010 infatti “le lavorazioni di petrolio e di semilavorati in conto proprio in Italia e all’estero (34,8 milioni di tonnellate) hanno registrato un aumento dello 0,7% rispetto al 2009, con un aumento di circa 250 mila tonnellate. In Italia l’incremento dei volumi riflette le migliori performance di Livorno, Gela e Taranto, nonché l’entrata in esercizio della nuova unità di hydrocracking a Taranto e l’ottimizzazione dei cicli di raffinazione a Milazzo”. Ci sono poi anche le “palle al piede” delle raffinerie di Venezia e Sannazzaro colpite dalla fine del contratto con la Tamoil e la ristrutturazione delle raffinerie di Ingolstadt in Germania e della Repubblica Ceca.

Il coordinamento sindacale ha però respinto il quadro generale del settore raffinazione tracciato dall’Eni, nonostante il riconoscimento di perdite stimate nell’ordine di centinaia di milioni di euro all’anno, e ha posto al gruppo petrolifero una serie di richieste che partono dalla “presentazione di un piano industriale di settore, che consolidi e dia stabilità alle raffinerie dell’Eni attraverso un progetto che preveda adeguati investimenti, anche mirati ad attività alternative”. Si rivendica altresì il rispetto del protocollo di relazioni industriali firmato nel maggio scorso e soprattutto l’azzeramento delle iniziative annunciate unilateralmente dall’Eni che potrebbero far pensare ad una progressiva “ritirata” strategica del gruppo dal settore della raffinazione.

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