La corsa a ostacoli del decreto per Roma Capitale

romacapitale-SLIDERLa mancanza di coordinamento rallenta le decisioni. Eppure sono tutti consapevoli che la posta in gioco è elevatissima

ROMA – Le riunioni si susseguono a ritmo frenetico. Peccato che ciascuno dei soggetti decisori coinvolti nel secondo decreto per Roma Capitale, cioè Regione, Provincia e Comune, se le faccia per conto proprio, senza alcun coordinamento o lavoro congiunto. A fine settembre si è riunita alla Pisana la Commissione speciale per il federalismo fiscale e Roma Capitale, presieduta da Marco Di Stefano (Pd), per discutere appunto sull’atteso secondo decreto attuativo, ai sensi dell’articolo 24 della Legge 42/09. C’erano un po’ tutti ma non si è deciso nulla, dal momento che si trattava solo di un incontri preliminare. Al presidente Di Stefano non era restato che dichiarare, con evidente ovvietà, che “quello dei poteri che verranno conferiti a Roma Capitale è un tema estremamente importante per il futuro della città e, di riflesso, per tutta la Regione e che merita la massima attenzione, anche alla luce del fatto che i tempi stabiliti nella legge delega al Governo per approvarlo stanno scadendo. È tempo, quindi, che Regione, Provincia e Comune di Roma si attivino velocemente per mettere a punto una proposta condivisa sui poteri da trasferire a Roma Capitale”.

Schermata_2011-10-17_a_11.07.24Ciò nonostante, il presidente della Commissione comunale per la riforma istituzionale, Francesco Smedile, presente alla riunione, si era detto “pienamente soddisfatto dell’incontro, per condividere posizioni e intenzioni sul secondo decreto per Roma Capitale, come segnale dell’avvio di una virtuosa collaborazione tra le istituzioni al fine di formulare al Governo una proposta condivisa sui contenuti del testo, da portare in approvazione entro il prossimo 21 novembre”.

Ma l’ottimismo di Smedile è durato poco perché già nella riunione di qualche giorno dopo della Commissione per le riforme istituzionali in Campidoglio si è dovuta registrare la defezione di alcuni membri importanti, a cominciare dai rappresentanti della Regione Lazio. Anche se la Polverini il giorno dopo ha mandato la giustificazione, è chiaro a tutti che le profonde divergenze ancora in essere in merito al trasferimento di competenze dalla Regione al Comune continuano a dividere verticalmente le parti in causa.

Eppure, a parole, tutti sono consapevoli che la posta in gioco è elevatissima. Si sta infatti lavorando, pur tra grandi ostacoli e difficoltà politiche, ad una nuova governance della città, fatta essenzialmente da una maggiore autonomia nella gestione, da una più moderna forma di governo locale e da uno snellimento delle procedure tecnico-amministrative. Più poteri quindi in materie strategiche, come pianificazione del territorio, edilizia pubblica, mobilità e trasporti, beni culturali, sviluppo economico legato al turismo, protezione civile, che attraverso appositi decreti legislativi dovrebbero essere trasferiti dallo Stato e dalla Regione Lazio a Roma Capitale.

Ma quante possibilità ci sono che il decreto governativo possa vedere la luce entro la scadenza stabilita del 21 novembre? Obiettivamente poche, quasi nessuna, a dirla tutta. Quando anche infatti si riuscisse a mettere d’accordo in tempi brevi Regione e Comune (e non è impresa da poco, sebbene qualcuno mormori che qualcosa si stia muovendo), rimarrebbe poi da compiere l’ultimo miglio, quello che separa il Campidoglio da Largo Chigi, dove siede l’accoppiata leghista Bossi-Calderoli che vigila sulle riforme e non ha alcuna intenzione di agevolare o accelerare il cammino del secondo decreto di attuazione di Roma Capitale.

Con l’aria che tira e le prospettive indecifrabili del governo in carica, sono in molti a temere che la data del 21 novembre possa segnare la Caporetto del processo di riforma.

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