Ecco quanto guadagnano i super ricchi

Paperon_de_PaperoniIntervista ad uno dei massimi esperti della materia sulle tendenze in atto nel mondo dorato dei manager e degli ad

 

ROMA – “Save school, not banks”, è uno degli slogan che gli indignados italiani non sono riusciti neppure a esprimere sabato scorso perchè sopraffatti da un manipolo di delinquenti arrivati dalle frange più estreme dell’antagonismo italiano. E’ sfumata così miseramente un’occasione per manifestare il malessere sempre più diffuso di giovani, di studenti, di disoccupati, di lavoratori precari, di pensionati, sulla cui pelle la crisi finanziaria degli ultimi anni morde con più ferocia.

E per la prima volta l’oggetto delle contestazioni non è stato il governo, non è stato Berlusconi, non sono stati i tagli alla spesa pubblica, o meglio non sono stati soltanto quelli perché in discussione in 92 paesi di tutto il mondo, in 950 città, c’è stato l’intero sistema che ha provocato contemporaneamente crisi, disoccupazione, impoverimento di tanti e arricchimento scandaloso di pochi. “Siamo il 99 per cento e viviamo in un sistema governato dall’1 per cento”, scandivano gli occupanti di Wall Street a New York. E anche un Premio Nobel come Paul Krugman ora riconosce che “sta succedendo qualcosa di importante, c’è una sollevazione dal basso contro i padroni dell’universo”.

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Tornano così al centro del dibattito questioni già sollevate inutilmente in passato, come le remunerazioni faraoniche dei top manager di società quotate che tanta indignazione hanno sollevato nell’opinione pubblica americana ed europea. I casi di Lloyd Blankfein, l’amministratore delegato di Goldman Sachs (la banca d’affari più famosa del mondo che ha grandi responsabilità nella crisi della finanza globale) che continua a percepire compensi superiori a 50 milioni di euro l’anno, o quello di Alessandro Profumo che dopo spericolate avventure finanziarie viene cacciato da Unicredit con una liquidazione di 40 milioni di euro, o ancora il caso di Sergio Marchionne che tra stipendi, stock option e performance share, potrebbe incassare 38,8 milioni di euro per ogni anno di permanenza alla guida della Fiat, pari alla somma degli stipendi di più di 1.000 suoi dipendenti, questi ed altri innumerevoli esempi hanno ormai fatto scuola.

Senza indulgere però al populismo, la gente si domanda come è possibile che l’amministratore di una banca o di una compagnia di assicurazione guadagni 300 volte più del suo impiegato (negli Stati Uniti si arriva anche a 500. Quali sono i parametri di valutazione delle performance di un manager? Fino a quando possono durare sperequazioni economiche e sociali così macroscopiche?

Per tentare di rispondere a questi interrogativi abbiamo chiesto a Carlo Corsi, responsabile per l’Italia di una società leader a livello mondiale nella ricerca di capi azienda e senior executives, la Spencer Stuart, di spiegarci le dinamiche di questa vertiginosa impennata degli stipendi (e relativi bonus) degli amministratori di società quotate alla Borsa italiana.

“E’ opportuno innanzitutto distinguere tra capi azienda, cioè presidenti e amministratori delegati, e manager, cioè direttori generali e dirigenti di prima fascia. Parlando dei primi, abbiamo assistito in effetti negli ultimi venti anni ad una sostanziale modifica del rapporto retributivo tra i diversi livelli di un’impresa. Alla metà degli anni ’80, l’amministratore delegato di una azienda di rilevanti dimensioni guadagnava di media 10 volte lo stipendio di un operaio. Attualmente si può arrivare anche a 80/100 volte e negli USA anche a 250/400”.

Non le chiedo certo un giudizio di merito, tanto meno etico, su una situazione del genere. Mi limito a domandarle come mai in un tempo relativamente breve i parametri di valutazione dell’opera di un amministratore sono cambiati così radicalmente?

“Potrei limitarmi a dire che questa è la legge della libera contrattazione di mercato e che la figura del responsabile di organizzazioni complesse come le grandi aziende contemporanee è merce rara e quindi preziosa. Ma non è solo questo. Negli anni è cambiata proprio la struttura del compenso degli amministratori, che oggi è fatta grosso modo per metà dallo stipendio fisso e per l’altra metà dalla parte variabile in funzione dei risultati annuali e triennali di bilancio. Il bonus triennale, chiamato “long-term incentive”, rappresenta generalmente uno strumento di fidelizzazione nei confronti dell’Amministratore ed in particolare il sistema dei bonus legati alle performance di breve periodo ha cambiato i criteri di determinazione delle retribuzioni.

In termini pratici, quali sono i risultati di questi nuovi metodi? A che livello sono arrivate mediamente le remunerazioni dei massimi responsabili delle principali aziende italiane?

“Spencer Stuart in Italia pubblica da 16 anni il Board Index che fornisce un ampio quadro delle caratteristiche e del funzionamento dei consigli di amministrazione di 142 società quotate in Italia, 70 nel segmento Blue Chip e 70 nel segmento Star. Sulla base dei dati di bilancio 2009 (il prossimo Board Index con i dati 2010 sarà pubblicato nel mese di novembre), il compenso medio annuale degli amministratori delegati è stato di 1,19 milioni di euro, in leggero calo rispetto all’esercizio precedente, soprattutto per la contrazione delle voci ‘non fisse’ della retribuzione. Per i presidenti dei Cda la retribuzione è di 837 mila euro. Per i dirigenti di primo livello, non censiti nel nostro Board Index, le stime sono più difficili, ma mediamente il loro compenso va da un minimo di 250 mila euro in su”.

Sono comunque cifre ragguardevoli a cui si è tentato in passato di mettere un tetto, soprattutto per le imprese a partecipazione pubblica. Ma ogni tentativo è fallito. Ma almeno gli azionisti, che hanno l’interesse primario alla ripartizione degli utili e a cui pertanto spetta l’ultima parola, sono informati puntualmente sul livello di remunerazione dei propri amministratori?

“Secondo le nostre analisi si sta affermando il principio del “say on pay” secondo il quale le politiche retributive applicate ai top manager debbono essere oggetto di trasparente comunicazione agli azionisti. Pressanti indicazioni in questo senso sono state oggetto delle disposizioni di Banca d’Italia agli istituti di credito, mentre per quanto attiene alle altre società quotate, è imminente un intervento della Consob con l’emanazione di un regolamento che obbligherà le società quotate a pubblicare entro 21 giorni dall’assemblea di bilancio una ‘relazione sulla remunerazione’ in cui dovranno essere descritti puntualmente criteri e ammontare dei compensi percepiti a qualsiasi titolo da manager e amministratori”.

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